Il Gufo Rosa

Il Gufo Rosa
Sui libri digitali e non (e altre diavolerie)
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30 maggio 2012

Uno a molti. La nuova relazione digitale tra uomo e media

Immagine: Maurizio Galluzzo
Dove stiamo andando
In un tweet (in che altro modo sennò?) Daniel Ek, CEO dell’acclamatissimo Spotify, ha manifestato il proprio stupore di fronte al fatto che appena cinque anni fa non c’erano né Facebook né l’iPhone: “Queste due superpiattaforme sono alla base della maggior parte delle innovazioni che vediamo oggi”, dice twittando con 99 caratteri.
Verissimo!
Viene da chiedersi come questo cambiamento abbia influito sui comportamenti delle persone, su quello che, buffamente, si chiama “stile di vita digitale”. Non è un interrogativo da poco e neppure tanto astratto: ai comportamenti digitali è legato un giro d’affari vicino a quello generato dal petrolio, il sangue del pianeta.
Si tratta di informazioni vitali per gli editori di giornali che, poveretti, cercano di vendere sul mercato digitale un qualche contenuto: un’industria plurisecolare, quella editoriale, minacciata di estinzione come la tigre del Bengala o il rinoceronte sudafricano. Lo sono anche per chi lavora nella pubblicità, un settore economico da un trilione di dollari, che fa una gran fatica ad adattarsi al nuovo, come si vede bene nella commedia brillante In Good Company di Paul Weitz, con Dennis Quaid e una ventenne Scarlett Johansson. E l’happy end non è garantito come nel film!

Chiediamolo alla biometria
Si capisce perché Time Inc., che pubblica 130 periodici, abbia commissionato a Innerscope Research, una società di Boston che misura i coinvolgimenti emotivi con tecniche biometriche, uno studio dal bizzarro titolo “A Biometric Day in the Life”, che ha prodotto dei risultati interessanti (niente che non intuissimo già osservando i nostri comportamenti o quelli dei colleghi più giovani, ma qualche meraviglia è ugualmente lecita). Lo studio si prefigge di misurare con metodologie biometriche applicate per 300 ore a un campione di 30 individui l’influenza dei dispositivi mobili e delle piattaforme sulle abitudini di consumo dei prodotti media da parte dei nativi digitali e degli immigrati digitali. “Time” tiene a informarci che i nativi digitali sono “i consumatori cresciuti con le tecnologie digitali come parte integrante della loro esperienza di vita quotidiana”. Gli immigrati digitali, invece, “sono coloro che hanno conosciuto le tecnologie digitali da adulti” e, aggiungo, le hanno adottate per necessità o per scelta.
C’è adesso la sicurezza “biometrica” che l’influenza delle tecnologie mobili sui comportamenti digitali è enorme specialmente tra i primi, i nativi digitali. Le telecamere poste da Innerscope nelle abitazioni del campione selezionato e le rilevazioni biometriche hanno mostrato un comportamento piuttosto differente tra nativi digitali e immigrati, ma non così distante come molti commentatori si sono affrettati a scrivere. Ciò significa che il cambiamento sta veramente interessando tutta la popolazione del pianeta.

I nativi digitali
I nativi digitali sono oltremodo nomadi: in appena un’ora spostano ben 27 volte la loro attenzione da un dispositivo a un altro, da una piattaforma all’altra e da un’attività a un’altra: la concentrazione dura due minuti e qualche secondo (vedi grafico “Livello di concentrazione”). Questi soggetti, però, sono consumatori voraci di media: vi trascorrono il 71% del tempo non lavorativo (vedi il grafico sopra). Li utilizzano anche per regolare il loro umore: appena si annoiano con un contenuto rivolgono la loro attenzione a un altro contenuto o a un dispositivo differente. Un comportamento che richiama alla mente i famosi versi di Montale: La tua irrequietudine / mi fa pensare / agli uccelli di passo / che urtano ai fari / nelle sere tempestose (Dora Markus, Le Occasioni). In questo vagolare, come hanno notificato le reazioni cerebrali dei 15 giovani campionati, il coinvolgimento emotivo è quasi nullo. Si vede che tale nomadismo compulsivo porta allo stato esistenziale dell’atarassia, ricercato fin dall’antichità. Perché un contenuto abbia una qualche speranza di accendere una scintilla deve esaurire il proprio ciclo comunicativo in 2 minuti. E soprattutto deve avere un effetto stimolante sul cervello, come quello di un farmaco specializzato.


Si apprende poi, senza sorpresa, che il 65% dei nativi digitali non si separa mai dal proprio device, lo porta ovunque, anche in camera da letto e in bagno. Più della metà (54%) sembra preferire un messaggio a un contatto verbale. Ma questo già lo sapevamo.
In tutto questo c’è, però, dell’incredibile. Se tornassimo indietro con la macchina del tempo a cinque anni fa, troveremmo solamente due dispositivi dotati di uno schermo nelle nostre case: il personal computer e il televisore. O si usava uno o si usava l’altro, anche perché, in genere, si trovavano in stanze separate. Chi usava entrambi, e già ce n’erano, era considerato, benevolmente, o svitato o geniale.
Incredibile, ma non troppo. Reid Hoffman – fondatore di LinkedIn e homo siliconicus per eccellenza, con una somiglianza imbarazzante con il personaggio di Dennis Nedry di Jurassic Park – ha dichiarato di poter portare avanti, in contemporanea, fino a sette relazioni digitali spalmate sui vari device, di cui neppure lui riesce più a tenere il conto. D’altro canto, si racconta malignamente che l’appena scomparso presidente Gerald Ford, peraltro un ottimo presidente, non riuscisse a masticare una gomma e a emettere un peto senza che le due attività gli si mescolassero. Evoluzione della specie? Sicuramente, trattandosi di due eccellenze.

Gli immigrati digitali
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, gli immigrati digitali non sono per niente stanziali: in un’ora si spostano ben 17 volte da un dispositivo all’altro e da una piattaforma all’altra. Il tempo di esposizione sale a circa 4 minuti: c’è quindi spazio per una narrazione più estesa. Considerando che in un minuto si possono leggere circa 200 parole (pari a un migliaio di caratteri), un articolo medio di “Time” o dell’“Economist” ci sta a malapena. Questi grandi giornali hanno ancora qualcosa da asciugare. Per loro, però, i nativi digitali sono ormai perduti.
La separazione fisica dal proprio device genera ansia anche a questa generazione più matura. Il 41% lo vuole sempre a portata di mano e gli rivolge spessissimo la propria attenzione. Un’indagine sui consumatori americani, condotta nel dicembre 2011 da Nielsen, ha rilevato che il 45% usa regolarmente un device mentre guarda la TV. Con quello che trasmettono è più che logico!


Un aspetto che differenzia più significativamente gli immigrati dai nativi è che i primi sono lineari nel seguire una narrazione attraverso un inizio, uno svolgimento e una conclusione. I nativi invece tendono ad accedervi casualmente, paracadutandosi in un qualsiasi punto e poi muovendosi avanti e indietro senza troppo riguardo per la sequenza narrativa. Questo è un bell’indizio per gli scrittori e gli sceneggiatori. Si capisce perché i nostri ragazzi non riescono a leggere più di dieci pagine della grande narrativa europea dell’Ottocento.

In conclusione
“Non è di grande conforto apprendere che l’attenzione a un contenuto dura due minuti. È quasi impossibile perfino da immaginare” dice Besty Frank, responsabile dell’ufficio studi di “Time”, aggiungendo: “A noi produttori di contenuti e ai pubblicitari è inviato un messaggio chiaro: non dobbiamo metterci troppo ad arrivare al punto e dobbiamo farlo con qualcosa di emotivamente immediato”. S’intuisce facilmente che il cambiamento è enorme e va a toccare la ragion d’essere di questa industria nel mondo che sta andando oltre i mass-media, verso una sorta di personal-media.
Ci si può consolare con qualcosa? Sì.
Allo staff di Time Inc., che ha speso dei soldi per farsi dire che sono inutili, farà piacere apprendere che la stampa periodica continua a provocare una reazione emotiva superiore (con un percentuale di 64) rispetto a tutti gli altri media. Comunque lo staff di Time Inc. ha un bel lavoro di fronte a sé.
Anche noi italiani ci possiamo consolare. I nostri nativi sembrano diversi da quelli d’oltreatlantico.


Un’interessante indagine svolta dall’Associazione Italiana Editori ci dice che i nativi digitali italiani sono sì tecnologici, ma allo schermo preferiscono i libri di carta e la socializzazione avviene di persona. Del resto, da noi la stagione è quasi sempre buona e nevica raramente! Solo il 15% accede a un contenuto o a una piattaforma da più di tre device, anche se la metà degli intervistati dichiara di avere uno smartphone. Si direbbe che sono frenetici al punto giusto. Ai genitori, immigrati digitali per scelta o per necessità, farà senz’altro piacere.
In ogni caso, se in futuro avessimo ancora qualcosa da dire, lo dovremmo dire con una narrazione (possibilmente visuale) di due minuti, oppure dovremmo tacere per sempre.

Il signor Mac Buck

26 aprile 2012

Oltre la notorietà: l’oblio all’epoca dei social media





Una nuova sensibilità

Il biografo di Steve Jobs, Walter Isaacson, racconta che Jobs soleva rispondere a qualsiasi ora del giorno e della notte ai blogger e agli insonni giornalisti che questuavano anticipazioni sui nuovi prodotti Apple: «Lasciateci in pace, dimenticateci!». La stessa espressione esce ben dieci volte dalla bocca di Walt Kowalski, un inarrivabile Clint Eastwood in Gran Torino. Due dei maggiori conoscitori del nostro tempo come Jobs ed Eastwood hanno intuito la direzione del vento all’epoca dei social media e dell’informazione diffusa.

Si tratta di uno Zeitgeist intercettato anche dai legislatori europei (meno mummificati di quanto vorrebbe l’“Economist”) e tradotto nel “diritto all’oblio”, un nuovo progetto di regolamento unico sulla privacy valido in tutti i paesi dell’Unione che dovrà essere applicato anche dalle aziende extracomunitarie che operano nei territori europei. La commissaria europea per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, Viviane Reding, non passa giorno senza spendere parole sulla necessità del provvedimento. Lo scorso ottobre il governo francese ha varato una “Carta per il diritto all’oblio” sottoscritta dai blog e dai social francesi come pure da Microsoft, ma bellamente ignorata da Google e Facebook.

Anche l’amministrazione Obama, nel modo avventuroso che rammenta quello cinematografato da Truffaut in Effetto notte, ha rilasciato il 21 gennaio scorso il “Consumer Bill of Rights” per la privacy online, che dovrebbe tutelare i navigatori della rete dalla tracciatura e dall’utilizzo indebito dei dati personali. Si tratta di un provvedimento più in salsa americana del diritto all’oblio europeo, in quanto si basa su una ricetta cara allo zio Sam: prima gli affari, poi le persone.
La sostanza del diritto all’oblio europeo, che regola moltissimi altri aspetti delle relazioni tra le persone e i media digitali, tra cui anche la reputazione personale, è questa: le persone possono chiedere, senza mediazioni, la rimozione dei dati personali raccolti e immagazzinati da società o altri soggetti della rete sia che tali dati siano stati lasciati volontariamente, sia che essi siano stati “catturati da agenti spia” che osservano surrettiziamente i comportamenti all’interno della rete.



Grafico 1


La posta in gioco

Il diritto all’oblio è importante, forse non altrettanto importante di altri negletti diritti come quello degli animali alla vita, ma indubbiamente è una di quelle cose con cui si misura la qualità di una civiltà. Ma perché questa discussione ha assunto così tanto rilievo? Per due ragioni: la prima è l’esplosione incontenibile del fenomeno dei social media, come dimostra lo schema elaborato da “Fortune” sulla velocità di adozione di questi nuovi mezzi (vedi grafico 1) e la marcia trionfale di Facebook, che ormai sta oscurando Google come un’eclissi di sole (si veda l’eloquente grafico 2 sul tempo trascorso dagli utenti sui due siti); la seconda è la nuova politica sulla privacy di Google che, sfidando l’Unione Europea, unifica in un unico dossier le informazioni raccolte dal complesso dei servizi del motore di ricerca: una mossa difensiva che ha il senso di “tutti all’attacco!”


Grafico 2

Sui dati raccolti da queste entità sarà costruito un business colossale che potrà rivaleggiare con quello del petrolio, la risorsa che manda avanti il pianeta. Già adesso quattro delle dieci società con maggiore capitalizzazione sono tecnologiche, cinque sono petrolifere e una è alimentare. Guardate questo grafico, che mostra le prime dieci property web negli Stati Uniti per traffico nel mese di febbraio 2012. La quasi totalità di queste property basa la propria attività sulla pubblicità, cioè sulla profilazione dei visitatori che permette ai pubblicitari di indirizzare i messaggi giusti, o almeno presunti tali.


Grafico 3

C’è di che preoccuparsi. Queste balene del web sono affamate: per produrre il loro poderoso metabolismo hanno necessità di consumare grandi quantità di risorse, tutti nuotano nella stessa acqua e si rivolgono alla medesima fonte di nutrimento, offrendo la stessa materia prima. Agli occhi degli investitori pubblicitari il web può essere una valida alternativa alla televisione, che funziona piuttosto bene ed è un mezzo che per loro non ha più segreti, ma solo nella misura in cui la rete li aiuta a raggiungere i loro clienti con minore spreco di risorse e puntualmente come lo sparo di un “cecchino”. Questa condizione può essere ottenuta solo se questi nuovi media sono in grado di consegnare ai pubblicitari informazioni specifiche sulle abitudini e i gusti delle persone che si muovono tra le loro pagine. Ecco che i dati personali sono la merce di scambio: profili di persone contro pubblicità. Questa esilarante vignetta del premio Pulitzer Matt Davies rende bene l’idea di che cosa rappresentano gli utenti per il sistema economico del web che si fonda sulla pubblicità. Impossibile dirlo meglio di Matt!



C’è modo e modo...

C’è però un’apprezzabile differenza nel modo in cui Facebook, Google e Apple, per esempio, raccolgono e organizzano le informazioni relative agli utenti, intendendo con Facebook il mondo dei social media, con Google il web del searching e con Apple la nuovissima app economy.

Come osserva Allie Townsend su “Time Magazine”, la faccenda della privacy su Facebook è piuttosto complicata: le persone aderiscono a Facebook per condividere appunto la loro vita personale e comporre, con Timeline, una narrazione delle proprie esperienze esistenziali. Si potrebbe dire che la rinuncia alla privacy è congenita nel decidere di esistere su Facebook: non c’è alcuna forzatura da parte della piattaforma tecnologica nel raccogliere i dati. C’è poco da fare, come osserva Ulrich Börger, un legale di Amburgo che si occupa di questi aspetti. Dice: «Non possiamo proibire un’attività legittima che la gente è disposta a sviluppare, perché ciò violerebbe la libertà individuale di ricevere un servizio che è richiesto». Il problema, però, è qui: a chi appartengono questi dati? E sopratutto: possono essere raccolti gli “shadow profiles”, cioè informazioni appartenenti a persone estranee al network ma che sono coinvolte, a loro insaputa, nello sviluppo di servizi attivati tramite Facebook o applicazioni di terze parti? Facebook, che ha un’intelligenza emotiva elevatissima – si dice grazie a Sheryl Sandberg (chiacchierata anche come papabile presidente donna degli USA, speriamo!) – ha già implicitamente ammesso che i dati appartengono alle persone e che, se li vogliono indietro, non hanno che da dirlo e li avranno. La funzione “download your informations”, molto estesa rispetto a quella del 2010 – comprende adesso indirizzi IP, username e altre categorie di dati molto specifiche – permette di riappropriarsi del proprio dossier. In cambio, sottintende la Sandberg, deve essere riconosciuta la legittimità del modello di business di Facebook, che è basato sull’uso dei dati personali dei propri membri per fini pubblicitari. Siamo sulla strada giusta, ma ci sarà da faticare per arrivare a una soluzione efficiente e condivisa. I gruppi europei che difendono il diritto alla privacy hanno già denunciato l’insufficienza delle misure proposte dal social network: secondo loro ci sono ancora cinquanta categorie di dati sensibili a cui è inibito l’accesso.

Per Google è diverso: quando un utente registrato fa una ricerca, scrive una mail, posta qualcosa su Google+ oppure cerca un video su YouTube non si aspetta di essere osservato. Dal 1 marzo 2012, invece, lo è più e meglio di prima. Se la pubblicità è contestualizzata con l’oggetto della ricerca, niente da dire, ma se lo è con la persona, la faccenda cambia. E adesso è proprio questo l’obiettivo del motore di ricerca: si vede che i miliardi di query giornaliere non bastano più per foraggiare la pubblicità. Google, che ha un’intelligenza emotiva che sfiora la cifra tonda di zero – si dice perché sia in mano agli sviluppatori – ha deciso di raccogliere i dati dell’utente dei differenti servizi in un unico dossier, quando prima erano invece catalogati in base al servizio. Si tratta di una nuova politica sulla privacy, da cui l’utente non può esimersi se non privandosi dei servizi, che è sabbia negli occhi ai legislatori europei e non solo. Nonostante le altisonanti dichiarazioni di Eric Schmidt, presidente di Google, sull’imprescindibilità del “consenso”, i dati personali raccolti dai droni telecomandati di Google, che si muovono come degli ectoplasmi trangugia-dati, hanno ancora l’odore acre dei dossier fabbricati dal KGB. È il prezzo del gratis.

Per Apple il discorso è differente. Così com’era paranoico con la propria vita privata, Steve Jobs lo era anche con i dati che Apple prendeva dai propri clienti. Quei dati non possono essere divulgati in alcun modo, anche se ciò significa perdere delle ottime opportunità di business. Isaacson racconta di una conversazione con Jeff Bewkes, CEO di Time Warner (pagina 543 dell’edizione italiana) in cui diceva di essere disposto, diversamente dagli altri editori USA, ad accettare la commissione del 30% dell’App Store sugli abbonamenti, ma non il fatto che Apple non avrebbe condiviso i dati degli abbonati. Jobs tagliò secco: «Non posso fornire le informazioni sugli abbonati, è la politica di riservatezza della Apple (in inglese “Apple privacy policy”)». E la cosa sfumò. Ma Jobs i soldi li faceva da un’altra parte e quindi poteva permettersi il “beau geste”, anche se per la Apple certe cose hanno un senso davvero.


Scenari futuristici

La Commissione europea si è mossa, i governi europei si stanno muovendo, ma si sta parlando di pachidermi, come ama raffigurarli la stampa anglosassone. La faccenda della privacy, e tutto quello che le gira intorno, è nelle mani delle persone. Gli utenti attivi dei social media possono chiedere e ottenere che i profitti generati dai dati personali e dalle loro attività siano condivisi e non meramente distribuiti agli azionisti. Sarà un calcolo molto difficile da fare, ma qualche analista ci sta già lavorando. Saranno i 121 dollari l’anno per utente stimati da Darika Ahrens di Forrester Research? Sia quel che sia, le grandi balene del web possono snobbare i governi, ma non gli utenti, che sono la loro “benzina”. Come ha giustamente scritto su Repubblica Riccardo Staglianò, acuto osservatore di questi fenomeni, un giorno Facebook dovrà pagarci per il “Mi piace” e Google dovrà versare qualcosa per tracciare la navigazione. È questa l’opinione anche di Kevin Kelly, espressa in un commentatissimo post su Google+.

Il farsi pagare è troppo materialistico, è insopportabilmente dozzinale? Le persone hanno anche un’opzione più “spirituale”, possono scegliere l’oblio. All’epoca dei mass media era la notorietà il mantra dell’esistenza. Che la scomparsa sia invece il sentimento prevalente all’epoca dei social media? Come grida Walt Kowalski, “Get off my lawn!”, ma il fucile spianato non ci sarà più... ci sarà solo un piccolo pulsante: “Cancella”.

Lettura consigliata: Viktor Mayer-Schönberger, Delete: The Virtue of Forgetting in the Digital Age, Princeton University Press, 2011. Kindle edition, € 10,38

Il Signor Mac Buck

22 febbraio 2012

Applicazioni a gogo

Il mucchio selvaggio dell’app economy raccontato e analizzato dal signor Mac Buck.


La milionesima applicazione
L’11 dicembre 2011 il New York Times ha annunciato la pubblicazione della milionesima applicazione per un dispositivo mobile in questo modo: «Ogni settimana nel mondo escono 100 film, 250 libri e ben 15.000 applicazioni per dispositivi mobili. Ogni giorno vedono la luce 543 applicazioni per Android e 745 per Apple iOS». Durante la settimana di Natale 2011 sono state scaricate un miliardo e 200 milioni applicazioni secondo Flurry, che analizza le tendenze del mercato mobile. Poco meno della metà sono state scaricare dagli USA (ben 510 milioni di unità) seguono molto distanziate la Cina con 100 milioni e il Regno Unito con 80. Francia e Germania guidano ex-aequo la classifica dell’Europa continentale con 40 milioni di applicazioni scaricate seguite dall’Italia con 25 milioni che fa meglio del Giappone, un paese dove il fenomeno si è sviluppato di meno di quanto si potrebbe pensare.


Il grafico dei download di app durante la settimana natalizia elaborato da Flurry è una fonte capitale per comprendere la dimensione del mercato delle app in particolare nei paesi di cultura e tradizione anglo-sassone. Un dato diffuso sempre da Flurry è ancora più importante delle brute metriche sui download delle app: la gente trascorre più tempo all’interno delle applicazioni che sul web. Flurry stima in un’ora e mezzo al giorno il tempo medio dedicato a consultare le applicazioni contro un’ora e 12 minuti passato sul browser per navigare in Internet.


In appena un anno si sono capovolti i rapporti di forza tra il web e le applicazioni sull’indicatore più pesante per misurare un trend, quello appunto del tempo dedicato a un’attività. Anche relativamente al traffico dati sulla rete il mobile è in fuga: il 55% viene generato proprio da dispositivi mobili contro il 45% da portatili e dei computer da scrivania.
Una cornucopia di applicazioni, quindi. Nel valutare questo sbalorditivo fenomeno, occorre considerare che prima del 10 luglio 2008, giorno di apertura dell’AppStore, niente di questo neppure esisteva. Già Palm con la versione Palm OS 5.2, nel lontano 2002, aveva reso possibile lo sviluppo di applicazioni di terze parti sul proprio sistema, aprendo, come in molti altri casi, la strada a questa grande innovazione. Era stato però con Facebook, già dal maggio 2007, che l’idea di una piattaforma sulla quale creare un ecosistema di applicazioni aveva assunto dimensioni ragguardevoli contribuendo a farne quell’enorme recinto di servizi e relazioni che è oggi. Deloitte ha valutato che l’economia delle app sulla piattaforma Facebook abbia prodotto nei paesi dell’Unione europea un valore di oltre 2 miliardi di euro con un contribuito rilevante all’occupazione giovanile delle claudicanti economie europee. TechNet, un’organizzazione di lobbying su temi tecnologici, ha stimato in 500 mila posti di lavoro il contributo dell’economia della app al mercato del lavoro USA: succo di acero per l’amministrazione Obama, in crisi di risultati su questo fronte.
Alla luce di questa timeline e di questi dati, in verità da prendere con lunghe pinze, è veramente strabiliante quello che è accaduto nell’arco di pochi anni anche per i connotati economici che ha già assunto. Nel 2015 la spesa in applicazioni varrà 35 miliardi di dollari con un CAGR 2011-2015 del 38%. Gartner alza la stima a 58 miliardi. Si può quindi parlare a tutti gli effetti di economia delle app e di un vero e proprio comparto E&M. Infatti questa evoluzione ha un’enorme importanza per l’industria dello spettacolo e dei media perché grande parte delle applicazioni offre soluzioni per consumare prodotti di questo tipo come prova il grafico sulla distribuzione delle app per categoria merceologica.


Tutto bene allora?
No, affatto! La «crescita esplosiva dell’app economy», per usare le parole degli esperti di PricewaterhouseCoopers, non è scevra da altri giganteschi problemi strutturali: il mercato delle applicazioni è frammentato, gli store di app sono dei bazaar e l’assenza d’interoperabilità tra le varie piattaforme costringe gli editori a produrre differenti versioni per ogni applicazione.



Inoltre questo nuovo mercato sussume e amplifica tutte le logiche negative degli altri mercati digitali come:

  1. la concorrenza accanita e brutale che innalzata enormemente le barriere d’ingresso penalizzando le start-up e gli sviluppatori a vantaggio dei soggetti che hanno maggiori risorse per proporre app con un’accresciuta “user experience”. Tutto sta nel riuscire a farsi ascoltare sopra un assordante rumore di fondo. 
  2. la rapidissima migrazione degli utenti verso nuovi gusti che accresce il tasso di rotazione delle classifiche con conseguente perdita di visibilità, declino nei download e riduzione delle aspettative di vita delle app a quelle di un bruco;
  3. la tendenziale irrilevanza dei brand che cede lo scettro alla nozione di “user experience” nella reminiscenza degli utenti;
  4. la diluizione dei contenuti di qualità con quelli triviali, un fenomeno dalle conseguenze profonde che potremmo iscrivere in una deriva post-pop il cui Andy Wahrol si deve ancora vedere;
  5. le bande di detrattori professionisti e di recensori prezzolati che alterano il genuino giudizio del pubblico sul valore delle app; 
  6. lo strapotere dell’utente che con un segno del pollice può decidere la sorte del prodotto come l’imperatore Commodo quello dei gladiatori che combattevano nell’arena sognando un nuovo Spartaco. 

Per gli editori/gladiatori, e ce ne sono 135 mila solo negli USA secondo il sito specializzato 148apps.biz, la vita è dura se non impossibile, ma c’è un vantaggio che non deve sfuggirli nella frustrazione del momento: possono decidere un prezzo per i contenuti e, anche se devono spartirlo con la piattaforma, gli è stata restituita la speranza di fuggire dalla logica del “gratis e basta” che vige sul web. «Uno dei lasciti di Steve Jobs e di averci insegnato a pagare per i contenuti» afferma Adam Bird, direttore di McKinsey & Company. E non è un caso che questa rivoluzione l’abbia avviata proprio il compianto co-fondatore di Apple. Non si fanno comunque dei grandissimi affari con le app a pagamento. Su AppStore, che è la piattaforma di gran lunga più redditizia, il 91% delle app costa meno di 5 dollari e per fare un fatturato ragionevole occorre farle scaricare decine di migliaia di volte.

Tante apps, pochi vincitori
«Con l’offerta mondiale di applicazioni in crescita esponenziale, la parte acquistata o scaricata da qualcun’altro che non sia lo sviluppatore e i propri familiari può divenire ancor più esigua. Anche restringendo le analisi alle applicazioni prodotte da brand famosi, solo il 20% sono scaricate più di mille volte». Solo l’uno per cento di queste ultime può vantare più di un milione di download. Questa è la sentenza piuttosto dura degli esperti di Deloitte sull’ecosistema delle applicazioni per mobile contenuta in un report dal titolo sconcertante “So many apps — so little to download, che segue un rapporto precedente anch’esso piuttosto avvilente “Killer Apps? Appearance isn’t everything”. Le app gratuite restano all’apice del gradimento degli utenti e nel 2011 hanno totalizzato il 96% dei download seconda una indagine condotta da IHS iSuppli, una società di consulenza nel campo della comunicazione. Gartner valuta in 81% la quota di downolad delle app gratuite.
Anche gli sviluppatori indipendenti e gli editori, che hanno abbracciato con ammirevole entusiasmo questo nuovo mercato, si sono resi conto che il cammino è in salita piuttosto che in discesa e che far scaricare un’app, foss’anche gratuita per non parlare di pagare, può essere uno sforzo di Sisifo. Più il catalogo delle applicazioni cresce più incolmabile diviene il distacco tra pochi blockbuster in fuga e il gruppone dei gregari che insegue affannosamente. Malgrado questa situazione che colpisce i produttori, paradossalmente, il numero di applicazioni continuerà a crescere: nel 2012 saranno 2 milioni e nel 2013 il catalogo potrebbe raggiungere i 4 milioni. Questa crescita è trainata dalle aspettative generate dalla crescita stellare dei dispositivi mobili, dall’arrivo di nuovi sistemi operativi introdotti da player robusti, dalla domanda dei paesi emergenti e dalla necessità di alimentare di contenuti il mercato degli smartphone da 100 dollari che andranno a sostituire i telefonini basici in uno spazio brevissimo di tempo.
A questo proposito scrivono gli esperti di Deloitte: «Per raggiungere il 90% degli utenti, uno sviluppatore dovrà creare una specifica versione dell’applicazione per ognuno dei cinque sistemi operativi (più HTML5), nelle cinque principali lingue, per almeno tre distinte prestazioni del processore e per quattro diverse dimensioni dello schermo. Detto altrimenti, saranno necessarie 360 varianti della stessa applicazione per coprire dignitosamente il mercato globale. Ciascuna variante conterà come un’applicazione a sé stante». Non è uno scherzo!
Nei mercati maturi delle app i costi di produzione e di marketing (senza considerare i diritti) di un’applicazione sono enormemente cresciuti nel 2011 e saliranno ulteriormente nel 2012 con punte che possono arrivare a sfiorare le sette cifre, tanto il Wall Street Journal ha valutato il costo dell’applicazione gratuita per iPad “Sting25” che celebra fastosamente i 25 anni di attività del cantante con lo scopo di rilanciare il suo intero catalogo. I tempi eroici dello sviluppatore che scrive la propria app tra la mezzanotte e le sei del mattino e questa finisce tra le prime 10 in classifica sono finiti, come l’epico west è scomparso con la ferrovia. Il mercato è divenuto professionale e sempre più dominato dalle organizzazioni che controllano i contenuti e hanno capacità d’investimento per ottenere l’attenzione dei consumatori. Il modello dello sviluppatore solitario chino al tavolo della cucina potrebbe ancora funzionare nei mercati in via di sviluppo dove l’ecosistema è ancora nella sua infanzia.

Perché il 90% delle app sono un flop?
La carestia dei download non significa che il modello di business delle applicazioni è fallace o non sostenibile, significa una cosa diversa. Non foss’altro che abbiamo già alcuni fortunati “millionaire” (per il bi- occorre aspettare ancora un po’) dell’ecosistema apps e molti altri hanno già acquistato una Porsche Carrera nera a rate. Significa piuttosto che il modello di business nei mercati maturi, come lo è anche l’Italia, è quello di Hollywood o del poker, il vincitore prende tutto il piatto delle banconote, agli altri spartiscono le monetine. Se il prodotto non funziona nella prima settimana, ma si potrebbe dire nelle prime 48 ore, di uscita non ci sono più assi da giocare. Un meccanismo che gli studios di Hollywood conoscono molto bene. «The winner take it all/The loser standing small … No more ace to play» dice una canzone degli Abba, reinterpretata da Meryl Streep in Mamma Mia, che potrebbe divenire l’inno dell’app economy.
È questa la natura dei mercati digitali dei contenuti dalla musica, al video, ai film, ai talk show. I consumatori vanno dove vanno tutti spinti dai trend che rimbalzano da un blog all’altro dai circoli degli amici e dal porta a porta del chiacchiericcio globale: un conformismo atroce e fors’anche inevitabile di fronte alla vastità dell’offerta. Purtroppo il conformismo è una minaccia maggiore dei derivati finanziari. In questo contesto perde senso anche una teoria consolidata e rassicurante come quella della coda lunga. In questi mercati non c’è nessuna coda lunga: l’80% dei brani musicali non ottiene neppure un download e la stessa cosa succede con le applicazioni, anche se non è possibile ancora dimostrarlo con metriche attendibili.
Perché tante app non riescono ad attrarre alcuna attenzione? La qualità è la prima ragione. Gli utenti si aspettano applicazioni che utilizzino appieno le capacità tecnologiche e le specificità di un device mobile come la gestualità, la voce, il GPS, la videocamera, l’accelerometro, la bussola. Molto spesso vi si ritrovano invece contenuti e modalità traslati dal web o da altrove senza troppe mediazioni e senza alcuna valida implementazione. Il fatto di disporre di un contenuto o di un servizio sempre con sé, nella propria tasca, è un valore importante ma da solo non è più sufficiente senza una più evoluta “user experience”. Anche i device mobili, come gli altri media, hanno sviluppo un proprio linguaggio che si è affrancato dal web come il cinema delle origini si affrancò dal teatro grazie a Georges Méliès. Gli esperti di Deloitte hanno rilevato che l’uso estensivo delle specificità di questi dispositivi può aumentare significativamente le possibilità di successo di un’applicazione. Questo grafico mostra quali fattori possono contribuire a rendere più invitante l’applicazione e di conseguenza determinarne il successo.


La seconda ragione, ci fa sapere Deloitte, è che molte applicazioni mancano il target per il semplice fatto che neppure si pongono il problema. Faccenda inconcepibile il qualsiasi altro mercato. I dispositivi iOS sono in mano a professionisti, colletti bianchi e, non foss’altro per il brainwashing, a persone che pensano di essere un po’ speciali. Confezionare un’app che non centra questo bersaglio, vuol dire disperderla nel mucchio, senz’altro selvaggio. Ecco che cosa scrivono gli esperti di Deloitte a questo proposito: «Bisogna trattare ogni piattaforma come un differente canale, con differenti livelli di coinvolgimento e di demografia e tenere l’orecchio sul terreno per cogliere l’arrivo di novità tecnologiche».
Orecchio sul terreno dunque per sentire arrivare in tempo utile il mucchio selvaggio come il capo indiano in Balla coi lupi. Bisogna avere l’orecchio dentro al secchio.

Il signor Mac Buck


24 gennaio 2012

L’industria dei media nell’agone della rivoluzione dei dispositivi mobili

Prosegue l'immersione del signor Mac Buck nell'industria dei media. Dalla ridotta di Dunkerque all'arena dei gladiatori, un viaggio – fatto di dati, esperienze, analisi e considerazioni – nelle evoluzioni mobili del mercato dei media.


L’industria dal 2009 al 2011

Alla fine del 2009 tutta l’industria dei media sembrava inesorabilmente proiettata verso un altro decennio torrido, non tanto per il calo della crescita dei consumi in E&M (Media & Entertainment, ndgr) che registrava –30% in quattro anni, quanto per le prospettive: all’orizzonte andavano prendendo forma i quattro cavalieri dell’apocalisse con i loro cartigli che recavano ciascuno una ben leggibile sentenza:
  1. impossibilità di vendere contenuti sul web, l’unico mezzo di distribuzione digitale disponibile all’epoca;
  2. insufficienza della pubblicità online, modello di business unico e universale; un’offerta assolutamente al di sotto della domanda dell’industria costituita;
  3. flessione irreversibile del business tradizionale per la concorrenza del web verso cui si indirizzavano i consumatori; evoluzione che trovava del tutto impreparati gli executive media quanto ai suoi esiti a lungo termine;
  4. pirateria che stava erodendo le potenziali risorse provenienti dal web e, soprattutto, minando le basi di qualsiasi approccio basato sul pagamento dei contenuti. Contro il gratis non ci può essere concorrenza.
Tutta l’industria sembrava l’esercito alleato nella ridotta di Dunkerque nel maggio del 1940. La confortevole zona delle certezze condivise sembrava sgretolarsi di fronte a queste prospettive. I risultati di questa indagine condotta in cinque paesi dell’area OCSE dalla multinazionale di consulenza Bain & Company sul sentiment dei consumatori nei confronti dei contenuti su Internet, è la migliore istantanea degli angosciosi interrogativi di quel periodo. Ma, come accadde a Dunkerque,  un evento miracoloso arrivò in soccorso all’industria restituendo morale e voglia di combattere.



L’inversione di tendenza

Dal 2009 in poi l’avvento dei dispositivi mobili ha iniziato a cambiare profondamente e irreversibilmente non solo lo scenario dei media ma quello di tutta la tecnologia fino allora dominata dal personal computer. Ne è un’attestazione il fatto che lo stesso campione di consumatori che aveva dichiarato a Bain & Company la propria indisponibilità a pagare contenuti su Internet, ribaltava completamente il proprio punto di vista se interrogato con lo stesso quesito riguardo ai dispositivi mobili e in particolare ai tablet.


Il consolidarsi di questo scenario negli anni successivi ha portato anche a un mutamento nel sentiment degli operatori del settore e degli investitori verso il comparto media: da quella di un lazzaretto a quella di un luogo dove è servito un bel pezzo di torta.
Il big bang non c’è dunque stato: le reti televisive sono sempre a portata di telecomando e sullo schermo continua a scorrere abbondante la pubblicità, la Tv via cavo ha avuto degli anni grandiosi, grandi “octopus” come Time Warner e The News Corporation hanno continuato a inghiottire utili e sono tornati baldanzosi. Pure i quotidiani sono sopravvissuti al diluvio e il New York Times è anche riuscito a piazzare un cospicuo numero di abbonamenti alle sue versioni digitali mosse cautamente dietro una paywall. I grandi gruppi media possono ancora fare affidamento su ben fortificati patrimoni che si chiamano notorietà del marchio, distribuzione efficiente e grandi capitali. Ecco che sembra tornare attuale il vecchio truismo sui media quando asserisce che il contenuto indossa sempre la corona e che i grandi marchi torreggiano arditamente sopra il polverone sollevato dall’andirivieni dei sudanti sfidanti. Sono i grandi animali della foresta.

Anche se le antiche certezze hanno tenuto e il cielo non è caduto, nell’aria c’è molta ansietà di nuovo. L’inerzia che ha trattenuto i consumatori dal migrare più velocemente al digitale sta assottigliandosi nella misura in cui anno dopo anno cresce una nuova generazione di consumatori che vuol forgiare il proprio modo di consumare i prodotti E&M. In questa vignetta di Dan Summers apparsa sul New York Times del 1 gennaio 2012 si specchia questo zeitgeist.


Ecco che distributori digitali di contenuti, i motori di ricerca e addirittura i costruttori di dispositivi stanno lanciandosi in questo spazio che è ancora il livello più basso del mercato. Questi nuovi soggetti tecnologici stanno affrettandosi a produrre contenuti propri in modo tale da cucirli addosso a questa nuova utenza. Non saranno buoni come quelli tradizionali, ma funzionano. Anche perché il cloud, la nouvelle vague tecnologica, semplifica enormemente l’accesso ai prodotti come film, musica, video e libri e spinge potentemente il consumatore a varcarne la soglia, fosse solo per curiosità. Queste sono notizie che i grandi gruppi media e l’industria costituita ascoltano con crescente irritazione.

Dove si consumeranno i prodotti E&M e come?


Si consumeranno sullo schermo di un dispositivo mobile (tablet, smarthphone, e-reader) dal cloud per mezzo delle applicazioni. Il mobile sta diventando il mezzo di accesso primario ai contenuti digitali. In Giappone già oggi l’80% dell'accesso a Internet avviene attraverso questo mezzo. In Corea 20 milioni di persone guardano la Tv da un dispositivo mobile. Giappone e Corea sono i mercati dove la banda larga arriva rispettivamente al 90 e al 70% della popolazione. Anche l’Europa marcia a una buona velocità: Thomas Husson, un analista di Forrester Research, stima che nel 2016 il 54% dell’accesso a Internet nel vecchio continente avverrà da un dispositivo mobile.
Secondo Larry Kilman, della World Association of Newspapers and News Publishers, dei quasi 50 milioni di iPad venduti nel 2011 una buona parte sono stati acquistati da consumatori abituali di prodotti media. Il mobile computing, come mostra questo grafico, è il settore con il più alto tasso di crescita dell’intero comparto tecnologico.


 

Morgan Stanley, la potente banca d’investimento, valuta che nel 2011 le vendite combinate di smartphone e tablet abbiano superato quelle di personal computer. Le stesse vendite di Netbook, la risposta dei costruttori di PC alle esigenze di mobilità, si sono a tal punto assottigliate nel 2011 da far titolare il Financial Times «Computers: end of story for netbooks». Le speranze di rilancio dei produttori di personal computer e di Intel, fornitore del microprocessore Atom e per ora ai margini della rivoluzione del mobile, si rivolgono ai super-leggeri ultrabook. Secondo una stima di TrendForce, gli ultraleggeri sosterranno lo sviluppo dei notebook, un segmento che nel periodo 2012-2015 incrementerà le vendite del 13,3% a fronte di un calo dei netbook del 17%. Si ritiene che il lancio di Windows 8 a metà 2012 contribuirà a questa crescita in modo decisivo. Nel 2015 ci saranno circa 300 milioni di notebook di cui un terzo ultrabook.
Alla stessa data, secondo Gartner, ci saranno nelle mani degli utenti di tutto il pianeta un numero analogo di tablet, circa 325 milioni di cui poco meno della metà iPad, anche se la rimonta dei dispositivi basati su Android fa dubitare di questa previsione così favorevole ad Apple.


Per esempio, nei mesi che ne hanno seguito il lancio, il Kindle Fire, nonostante le cattive recensioni e le riconosciute manchevolezze, ha venduto più di un milione di unità ogni settimana frantumando qualsiasi precedente record di vendite. Segno abbastanza evidente dell’appetito del mercato verso questo tipo di pietanze, ancor meglio se a basso costo.
Quello che è successo nel 2011 però non è senza significato. La spiegazione getta una luce finalmente diurna su come funzioneranno le cose in questo comparto. Nonostante le sfide lanciate da colossi come HP con l’attesissimo TouchPad, RIM con il PlayBook e da oltre 20 costruttori asiatici, l’iPad  copre il 70% del mercato. Gli unici dispositivi che hanno prodotto un percepibile ammacco in questa corazza d’Achille sono stati il NookColor prima e, con maggiore penetrazione, il Kindle Fire dopo; due dispositivi con uno schermo da 7 pollici, piuttosto primitivi come design e tecnologia.

Perché nel comparto dei tablet nel 2011 non è successo quello che è accaduto in quello degli smartphone dove Android e i costruttori di dispositivi concorrenti all’iPhone si sono aggiudicati il 50% del mercato, abbattendo l’egemonia Apple e la sicumera degli executive di Cupertino? Perché non è si è ripetuto lo stesso schema con i tablet?
La prima spiegazione è il prezzo, ma non ci porta molto lontano nella comprensione. Secondo una indagine di Retrevo, un portale di elettronica di consumo, i consumatori non sono disposti a spendere più di 250 dollari per un tablet che non sia iPad. Ciò spiega la ragione del relativo successo di NookColor e di quello più pieno del Kindle Fire, entrambi al di sotto dei 250 dollari.
Perché mentre acquistano device non iPhone ad oltre 500 dollari i consumatori non sono disponibili a spenderne altrettanti per un tablet di qualità che non sia un iPad? Con uno smartphone acquistano un telefono (che i carrier rendono appetibile tramite offerte combinate con piani di abbonamento) oltreché una finestra su un mondo di contenuti. Con il tablet acquistano solo una finestra sui contenuti senza alcuna agevolazione tariffaria: il tablet è totalmente ancillare ai contenuti.
Se questi ultimi non ci sono, diviene una finestra sul cortile o un specchietto portatile per sistemarsi la pettimatura. I contenuti devono poi essere ricchi, assortiti, coinvolgenti e offerti senza intoppi o complicazioni, serviti direttamente dalla “nuvola”.

Quale costruttore presenta questa combinazione tra piattaforma di contenuti e tablet? Apple, Amazon e Barnes & Nobles, la più grande libreria del mondo. L’abilità nel vendere i contenuti fa quindi la differenza nel mondo dei tablet. Il resto ha un valore complessivamente limitato. Affacciarsi sullo schermo di un tablet è divenuto l’obiettivo di chiunque abbia un contenuto tradizionale o interattivo che sia. In questa ottica il modello di business di tutti i produttori di contenuti, sia che si tratti di News Corps o Disney o Hulu o Hachette, è lo stesso: assicurarsi uno spazio su un video.
L’interesse di tutta l’industria dell'intrattenimento e dei media è che questi dispositivi mobili finiscano nelle mani del maggior numero di persone così da potervi immettere i contenuti che l’industria produce. E questo succederà. Succederà anche nel mondo delle professioni e del lavoro: secondo un’indagine pubblicata nel maggio 2011 da Manhattan Research, una società di ricerca nel campo medico-sanitario, il 30% dei medici USA possiede un iPad e il 75% possiede un qualche device Apple iOS (iPhone, iPod, MacAir). La penetrazione degli smartphone in ambito medico dovrebbe aver raggiunto l’80% a fine 2011.

Il cloud alla base dell’ubiquitous computing


Nel 2015, secondo PwC, saranno quasi un miliardo e trecento milioni le persone che useranno uno strumento mobile continuamente connesso per fruire contenuti digitali “via cloud”; contenuti quindi raggiungibili in ogni momento e ovunque da tutti i dispositivi profilati con l’account della persona. Per questa realtà, che non è più fantascienza, è stato coniato il neologismo “ubicomp” che sta per “ubiquitous computing” per il quale esiste un’abbondante voce di Wikipedia.

Il cloud è un driver fondamentale per spiccare un salto triplo non solo tecnologico ma nel modello distributivo pervasivo e di tariffazione. Gli ecosistemi di Amazon Kindle, Apple iCloud, Netflix e Google Apps, il pioniere di questo servizio, hanno reso il cloud qualcosa che è tra di noi. Il cloud incrementerà in modo inimmaginabile la fruizione di prodotti media perché l’utente è spinto a essere molto più attivo dalla semplicità della cosa e dall’abbondanza dell’offerta. Per esempio, Netflix offre l’accesso al suo servizio attraverso 700 differenti dispositivi. Inoltre ci saranno molte opzioni per fruire questo contenuto: l’utente potrà acquistarlo e incamerarlo, oppure potrà noleggiarlo, affittarlo, utilizzarlo a tempo e a porzioni, condividerlo in gruppi d’acquisto o d’interesse e via dicendo di questo passo. Si avrà un vero e proprio mutamento di atteggiamento nel modo di “vivere” i contenuti che allietano lo spirito o lo elevano verso nuove conoscenze. In uno scenario neanche troppo lontano, saranno i contenuti stessi a raggiungere l’utente sulla base del luogo dove si trova, dell’attività che sta svolgendo e, perché no, di quello che sta desiderando in quel preciso momento.
I contenuti saranno fruiti attraverso applicazioni specifiche ottimizzate e ingegnerizzate per fare quel lavoro rapidamente e bene con quel piccolo plus che è la gratificazione istantanea dell’acquirente che è il motore del passaparola, il mantra del marketing. Per il costo di un espresso divertono e fanno risparmiare tempo, due risorse limitate in tempi moderni.

Beninteso le applicazioni, il modo per raggiungere i contenuti, non sono né in contrapposizione né in alternativa al web classico. Ne sono semplicemente un suo sviluppo in tempi di ubiquitous computing. Anzi il web classico è sinergico alle applicazioni poiché fornisce la materia prima per la trasformazione di un contenuto o di un servizio in prodotto di consumo moderno. Le applicazioni poi viaggiano sulla stessa infrastruttura del web e possono anche essere tecnologia web standard come dimostra la nuova ondata di web apps, non ancora in piena fioritura, ma sicuramente un fenomeno che si farà sentire anche come risposta all’hortus conclusus delle piattaforme proprietarie di distribuzione. Basta pensare all’operazione che ha compiuto il Financial Times dove la web app non solo offre la stessa “user experience” dell’applicazione presente sui vari store, ma è più integrata con l’universo di servizi e contenuti del grande quotidiano finanziario. La web app non è affatto una scelta difensiva nei confronti delle piattaforme, ma un nuovo modo di fare web sotto il cielo del mobile computing. Certo la web app risponde a un’esigenza di ordine e focalizzazione all’interno del web scapigliato, caotico e frastornante cresciuto come un “mucchio selvaggio”.

La milionesima applicazione


L’11 dicembre 2011 il New York Times ha annunciato la pubblicazione della milionesima applicazione per un dispositivo mobile presentando così la notizia: «Ogni settimana nel mondo escono 100 film e 250 libri contro 15.000 applicazioni per dispositivi mobili. Ogni giorno sono pubblicate 543 applicazioni per Android e 745 per Apple iOS». Durante la settimana di Natale 2011 sono state scaricate un miliardo e 200 milioni applicazioni secondo Flurry, che analizza le tendenze del mercato mobile. Poco meno della metà sono state scaricare dagli USA (ben 510 milioni di unità) seguono molto distanziate la Cina con 100 milioni e il Regno Unito con 80. Francia e Germania guidano ex-aequo la classifica dell’Europa continentale con 40 milioni di applicazioni scaricate seguite dall’Italia con 25 milioni che fa meglio del Giappone, un paese dove il fenomeno si è sviluppato di meno di quanto si potrebbe pensare. Il grafico dei download di app durante la settimana natalizia elaborato da Flurry è una fonte capitale per comprendere la dimensione del mercato delle app in particolare nei paesi di cultura e tradizione anglo-sassone. Un dato diffuso sempre da Flurry è ancora più importante delle brute metriche sui download delle app: la gente trascorre più tempo all’interno delle applicazioni che sul web.



















Flurry stima in un’ora e mezzo al giorno il tempo medio dedicato a consultare le applicazioni contro un’ora e 12 minuti passato sul browser per navigare in Internet. In appena un anno si sono capovolti i rapporti di forza tra il web e le applicazioni sull’indicatore più pesante per misurare un trend, quello appunto del tempo dedicato a un’attività.

Una cornucopia di applicazioni, quindi. Nel valutare questo sbalorditivo fenomeno, occorre considerare che prima del 10 luglio 2008, giorno di apertura dell’AppStore, niente di questo neppure esisteva. Il suo precorritore, le Google Apps, era comparso appena due anni prima, mentre il suo antesignano più prossimo, lo sviluppo di applicazioni di terze parti sulla piattaforma Facebook, aveva visto la luce il 24 maggio 2007. Alla luce di queste date è veramente strabiliante quello che è accaduto nell’arco di pochi anni anche per i connotati economici che ha già assunto. Nel 2015 la spesa in applicazioni varrà 35 miliardi di dollari con un CAGR 2011-2015 del 38%. Questa evoluzione ha un’enorme importanza per l’industria dell'intrattenimento e dei media perché gran parte delle applicazioni offre soluzioni per fruire prodotti di questo tipo come prova questo grafico sulla distribuzione delle app per categoria merceologica.


Tale «crescita esplosiva», per usare le parole degli esperti di PwC, non è scevra da problemi: il mercato delle applicazioni è frammentato, gli store di app sono dei bazaar e l’assenza d’interoperabilità tra le varie piattaforme costringe gli editori a produrre differenti versioni per ogni applicazione.


Inoltre questo nuovo mercato sussume e amplifica tutte le logiche negative degli altri mercati digitali come:
  1. la concorrenza accanita e brutale che innalza enormemente le barriere d’ingresso penalizzando le start-up e gli sviluppatori a vantaggio dei soggetti che hanno maggiori risorse per proporre app con un’accresciuta “user experience”;
  2. la rapidissima migrazione degli utenti verso nuovi gusti che accresce il tasso di rotazione delle classifiche con conseguente perdita di visibilità, declino nei download e riduzione delle aspettative di vita delle app a quelle di un bruco;
  3. la tendenziale irrilevanza dei brand che cede lo scettro alla nozione di “user experience” nella reminiscenza degli utenti;
  4. la diluizione dei contenuti di qualità con quelli triviali, un fenomeno dalle conseguenze profonde;
  5. le bande di detrattori professionisti e di recensori prezzolati che alterano il genuino giudizio del pubblico sul valore delle app; 
  6. lo strapotere dell’utente che con un segno del pollice può decidere la sorte del prodotto come Commodo quello dei gladiatori che combattevano nell’arena sognando un nuovo Spartaco.
Per gli editori/gladiatori la vita è dura se non impossibile, ma c’è un vantaggio che non deve sfuggir loro neppure per un momento: possono decidere un prezzo per i contenuti e, anche se devono spartirlo con la piattaforma, hanno la possibilità di fuggire dalla logica del “gratis e basta” che vige sul web. «Uno dei lasciti di Steve Jobs è di averci insegnato a pagare per i contenuti» afferma Adam Bird, direttore di McKinsey & Company. E non è un caso che questa rivoluzione l’abbia avviata proprio il compianto co-fondatore di Apple.


Il signor Mac Buck