Il Gufo Rosa

Il Gufo Rosa
Sui libri digitali e non (e altre diavolerie)

12 aprile 2012

Progettare un libro digitale: gli arnesi e le abilità del mestiere

Abbiamo interrogato "l'esperto del settore". Sì, lui, il signor Mac Buck, minatore del web, architetto e artigiano del libro a stampa e digitale. 
Età dichiarata: 19 anni appena compiuti e almeno 30 passati nelle tempestose acque dell'editoria.


Partiamo da due casi concreti: progettare un libro digitale ex novo e progettare la versione digitale di un libro a stampa già esistente e di cui si conservano gli archivi. 

La prima decisione da prendere in entrambi i casi riguarda il modo in cui l’ebook deve essere servito al lettore: può essere reflowable o deve (dico deve) essere a layout fisso? Se è narrativa, saggistica o manualistica professionale, il reflowable basta e avanza; se è un manuale scolastico, un libro per bambini o un volume illustrato, beh allora occorre un pensierino in più e un budget almeno a 5 cifre se non 6. Anche per il reflowable le cose non sono poi così facili. C’è da decidere se farlo “poverello” o se farlo “enhanced”. Adesso con il Kindle Fire, neppure i lettori che seguono la predicazione di Jeff Bezos si accontentano del saio e dei sandali.
Se poi c’è un esemplare a stampa, il primo impulso è quello di farlo tal quale in digitale come se un umano leggesse meglio su una parete di vetro quale è il video che su un pezzo di carta. Certo nel film Sideways si vede il protagonista che beve un Sassicaia d’epoca nel bicchiere di carta del McDonald, piuttosto che in un bel calice di vetro. Si può fare tutto e ne ho sentite tante, ma ancora nessuno che va in giro a fare questi sermoni.

Quali suggerimenti daresti al team di sviluppo?

Lo dico con le parole del team iBooks della Apple “Surpass the print experience”. Non c’è bisogno di tradurlo, sembra l’11° comandamento! Se non ce lo ordina proprio il dottore, cerchiamo di non fare un clone del libro a stampa. Ci sono tanti piccoli-grandi accorgimenti per migliorare la lettura nell’ebook. Per esempio non c’è più il vincolo della foliazione, siamo quindi generosi con l’interlinea, gli stacchi, gli spazi, le spezzature, le paragrafature, i colori, sì i colori. La stitichezza è finita, colora le parole! La leggibilità è una cosa che è andata perduta sulla carta per via delle costrizioni economiche, ma sul digitale le prigioni del bisogno non ci sono più. È il vero trionfo della volontà sulla necessità!
Poi ispiriamoci a Wikipedia. Non abbiamo bisogno di Roland Barthes. La lettura digitale ha bisogno di link per farci spaziare (non per constringerci) da un contesto a un altro. È inoltre sincopata: la cementificazione del testo è finita! Abbasso il piombo! Molti fanno “puah”, aborrendo la distruzione della lettura, della concentrazione, dell’immersione e via dicendo. E hanno ragione. Ma questa è anche lettura “antica”, rispettosamente antica di quelli che i semiologi chiamano “immigrati digitali”. Un recente studio sui comportamenti dei lettori nativi digitali ci fa vedere quanto questi siano istintivamente erratici, iniziano a leggere da un punto qualsiasi e poi saltano da un contesto a un altro come la pallina magica. Che avranno capito? Boh. Eppure tra quei ragazzi c’è il prossimo Einstein. Gli editori pensano che stare abbarbicati alla forma libro gutemberghiana sequenzial-immersiva sia la loro missione, ma pare il castello errante di Howl nel film di Miyazaki… sempre lì per cadere.


Quali peculiarità del libro digitale occorre tener presenti?

Gli editor della Random House, la più grande casa editrice del mondo, hanno una griglia di valutazione istituzionalizzata per valutare un contenuto oltre il suo valore intrinseco. La proprietà della Random House è tedesca e quindi ci possiamo scommettere che le cose sono fatte seriamente. L’80% dei quesiti presenti in questa griglia riguarda la possibilità di spalmare questo contenuto su tutti i mezzi di distribuzione del pianeta, la maggioranza dei quali sono digitali. Ci sono domande del tipo: “In che misura il contenuto si presta ad essere arricchito con video e audio?”; “Ci sono nella legacy della casa editrice contenuti multimediali da poter essere associati al contenuto principale”; “È disposto l’autore a lavorare per estensioni dirette ai nuovi media?”. Tutto questo è confortante perché vuol dire che gli editori non dormono e che qualcuno tiene il pallino e forse i nuovi padroni dell’editoria non saranno né Amazon né Google, genere di commercianti e pubblicitari che usano il contenuto come un contenitore. Agli sviluppatori pertanto consiglio di cercare su Internet questa griglia e di iniziare a riempirla con diligenza tedesca.

Parliamo di Fixed Page Layout, una soluzione molto adatta ai libri d’arte, di cucina, ai libri illustrati e ai fumetti. Gli esiti però sono spesso deludenti poiché i libri risultano poco leggibili. Perché?

Fixed Page Layout è strepitoso perché, nel conservare la tipografia al suo più alto livello, va oltre verso un prodotto veramente sincretico. Questa tecnologia è un mezzo non un fine. Se diventa un fine, dà luogo ad errori. Delle volte si vedono degli errori di progettazione che derivano da una specie di totemmizzazione del mezzo. Non dobbiamo mai dimenticare che la nostra pagina digitale ha una dimensione 17x24 centimetri che è un formato che difficilmente sceglieremmo per un libro illustrato perché è troppo angusto. Se un grafico lo proponesse ad Electa, sarebbe “fired!” nella migliore tradizione di Steve Jobs. In una pagina così piccola ci vogliamo mettere troppa roba memori del libro. Quando l’iPad va in orizzontale, la pagina diviene la veduta della Valle d’Aosta dal Monte Bianco. Perché si fanno questi errori? Perché in testa abbiamo ancora il libro o abbiamo il libro sotto gli occhi quando montiamo l’ebook o il nostro capo ci dice “fallo uguale”.


Tra gli attrezzi del mestiere quali ritieni in questo momento irrinunciabili?

Se non hai un iPad con retina display, una passeggiata al parco può essere un impiego migliore di tempo. Poi bisogna guardare moltissimo quello che fanno gli sviluppatori/editori degli altri Paesi: francesi, tedeschi, inglesi, genti dove il libro connota la civiltà.


Guardare il libro e andare oltre. Quali abilità l’ebook developer deve a tuo avviso sviluppare?

Un buon libro digitale nasce da quattro competenze che si congiungono: il visuale, il paroliere, il codificatore e l’uomo delle vendite. La prima cosa che uno di questi soggetti deve fare è cercare gli altri tre. È come i Beatles, se si dividono non ci sono più i FAB FOUR.

26 marzo 2012

Disclaimer, per cominciare


Il Gufo Rosa non è l'avatar né lo pseudonimo del redattore di questo blog.
Il Gufo Rosa non è un personaggio in cerca d'autore. Un autore l'ha trovato, nel senso che l'autore ha trovato lui, e già da un pezzo.
L'autore che ha trovato il Gufo Rosa non è il redattore di questo blog, è l'autore delle Piccole Mirabolanti Avventure.
Giusto per confondere un po' le acque già piuttosto torbide, vi dico che l'autore de Il Gufo Rosa e delle Piccole Mirabolanti Avventure è I.M.B.

Il redattore di questo blog è sempre stato convinto che il Gufo Rosa fosse uno di quei tanti personaggi improduttivi senza alcuna utilità sociale che mangiano a sbafo dalla fantasia del loro autore e godono narcisisticamente del loro bel nome. Ma mi devo ricredere. Il Gufo Rosa qualcosa ha prodotto.

Ha prodotto non uno, ma ben tre racconti, o più precisamente leggende, le quali - per completezza e chiarezza d'informazione - sono state scritte non dal redattore di questo blog ma dall'autore delle Piccole Mirabolanti Avventure I.M.B. e illustrate da - ecco a voi il primo nome normale della storia di questo blog - Elio "Zatoichi" Cossu (vabbè, non del tutto normale).

Insomma, date a Cesare quel che è di Cesare, e a I.M.B. i meriti di essersi imbattuto in queste mirabolanti leggende.

Dimenticavo... Valvermosa, la prima leggenda del Gufo Rosa la trovate in ebook (formato ePub) al prezzo di un buon espresso qui e presto in tante altre librerie digitali.


P.S.: Come potete intuire dalla descrizione e dall'immagine di copertina, per poter apprezzare il Gufo Rosa occorre essere lettori di una certa altezza. Se nell'ebook trovate qualche refuso, sappiate che è tutta colpa della Zucca Razza.

21 marzo 2012

Cina docet

Come Taobao, Alibaba & C. hanno schiacciato eBay, Amazon & C.

Noi europei spesso ci chiediamo come contenere l’invadenza degli americani, questi fratelli minori con un testosterone più alto del nostro. Le multinazionali digitali USA, Google, Amazon, eBay, Facebook arrivano in groppa agli operatori europei nei nostri ricchi territori, mangiano la nostra cena, dettano le condizioni commerciali, fanno gli affari migliori e ci deridono pure. Siamo costretti anche a imparare l’inglese, una lingua che non fa per noi. Non possiamo neanche tassarli troppo, altrimenti se ne vanno da un’altra parte. Quasi tutti stanno in Lussemburgo, Irlanda o Jersey Island, luoghi piovosi dal cibo discutibile... ma gli addetti dell’ufficio delle entrate sono tanti quanti quelli del bar dell'angolo.
Fare una commissione d’indagine è l’unica idea che viene agli europei per contenerli; qualche imprenditore che ha studiato negli USA cerca, invece, di vendere, esentasse, la propria startup a uno di questi octopus, che sono voraci come lo spirito “Senza Volto-Kaonashi” de La città incantata di Miyazaki.
I cinesi, una civiltà antica quanto quella europea ma giovane nello spirito, hanno qualche idea migliore rispetto agli europei su come sottrarsi a questa potenza economica e persuasiva dei grandi gruppi USA di Internet. E le sanno mettere in pratica molto bene. Baidu (11.000 addetti) ha sconfitto Google, Alibaba (22.000 addetti) ha messo Amazon in un angolo, Taobao ha espulso eBay dalla Cina, Youku e Tudou (che si sono fusi) dominano il video online, Facebook neanche ci ha provato e in Cina il social si chiama Renren, la Apple è al tie-break al quinto set e deve rimontare nei confronti della coppia cinese Huawei e ZTE.
Ma come hanno fatto?

Intendiamoci bene: questo ha poco a che vedere con il protezionismo, la politica monetaria, il lavoro coatto, il partito comunista, il capitalismo di Stato e altri fatti macroeconomici o politici della Cina di oggi. La Cina è una grande nazione affamata, orgogliosa – forse troppo – e colma d’intelligenza mitigata dalla saggezza. Anche questo, però, c’entra poco. Il modo in cui i cinesi hanno scacciato i giganti digitali USA potrebbe essere oggetto di un corso di laurea nelle migliori scuole di business del mondo: da Harvard alla London School, dallo Insead alla Bocconi. Quello delle imprese cinesi della rete è, spesso, un esempio di innovazione e imprenditorialità al massimo livello: abilità che avrebbero destato l’ammirazione di Schumpeter, che si sarebbe senz’altro trasferito a Shanghai per studiarle.
La chiave del successo delle imprese Internet cinesi si chiama “glocal”. Chi abbia visto il delizioso film di Jason Reitman, Tra le nuvole, ricorderà Natalie, la giovane imberbe e saccente consulente, spiegare efficacemente il concetto di glocal agli increduli colleghi di sesso maschile di Omaha (Nebraska), tanto cinici quando incruditi dalle pratiche tradizionali. È proprio la conoscenza del territorio che, come un periscopio, si erge sopra un servizio clone di quello dei gruppi digitali USA, che ha dato ai cinesi il vantaggio competitivo decisivo. Alcuni professori della Rotterdam School of Management hanno narrato al Financial Times il caso di Taobao, emblematico a questo riguardo.
Ecco il racconto.

Nel 2002 eBay, in piena espansione, sbarca sul mercato cinese. L’anno successivo Alibaba, il maggiore operatore locale di e-commerce, decide di lanciare un clone, Taobao, per contrastare l’ascesa del gruppo USA delle aste. Mentre eBay, fin dall’inizio, tende a operare sul mercato cinese con lo stesso modello degli altri paesi, Taobao si preoccupa di confezionare una serie di servizi fondamentali che mirano prima di tutto a stabilire un clima di fiducia intorno al proprio brand. eBay è piuttosto distratta a questo proposito e i cinesi lo percepiscono. Dwight Perkins, già presidente dell’Asia Center di Harvard, osserva che “la fiducia in Cina è particolarmente importante a causa della debolezza del sistema giuridico e degli altri mezzi formali per risolvere le dispute e soprattutto le frodi che abbondano”. A questo scopo Taobao assume iniziative commerciali e di comunicazione tagliate su misura per i clienti cinesi, sulle loro abitudini di acquisto, sul loro modo di fare affari e sulla loro mentalità. Succede che il modello di eBay è genericamente globale, quello di Taobao, invece, fortemente “glocal”, cioè globale + locale: è un servizio che risponde a un bisogno globale ma è operato in base alle usanze e alla cultura del luogo dove viene offerto. Grazie a questa “l” in più Taobao inizia a essere percepito dai consumatori e dagli esercenti sempre più come un marketplace prettamente cinese dove gli utenti ritrovano il loro modo di effettuare gli scambi. Taobao, a differenza di eBay, non pretende alcuna tassa d’ingresso dagli esercenti che aderiscono al servizio e attua delle soluzioni innovative al problema del customer service con AliWangWang – un servizio di chat tra venditore e compratore per costruire un clima di fiducia tra i due soggetti, come avviene abitualmente negli affari in Cina. eBay non consente il rapporto diretto venditore/acquirente. Anche nel pagamento online c’è una soluzione “glocal”: grazie ad AliPay, il consumatore può pagare tramite i 66.000 uffici postali solo dopo avere ricevuto la merce e averla visionata; in Cina la carta di credito è poco diffusa e nessuno vuol pagare in anticipo: così PayPal, che lo richiede, fa pochissima strada. Sistemato il versante della domanda, Taobao si volge a perfezionare il lato dell’offerta, costruendo una piattaforma di e-commerce all’interno della quale piccolissime attività possono affidare una vastissima gamma di prodotti agli esercenti online del circuito, che li fanno arrivare al consumatore finale. La successiva serie d’iniziative messa in campo da Taobao riguarda la promozione dei negozi affiliati attraverso siti web specializzati (in 400.000 sono coinvolti nell’operazione, numeri veramente cinesi!). Inizia così a formarsi una rete integrata e interlacciata di milioni di aderenti che progressivamente si trasforma in un vero e proprio ecosistema. Taobao, con un timing da manuale, ha costruito quello che oggi è il nirvana della rete: una piattaforma su cui terzi sviluppano un business. Nel 2006 eBay, ormai marginalizzata, decide di chiudere il sito in Cina e dà vita a una joint venture a Hong Kong con l’operatore telefonico Tom Online del miliardario Li Ka-Shing, fatto baronetto dalla regina Elisabetta II. Di fatto è fuori dalla Cina.
L’impressionante grafico, che riproduciamo, mostra la quota di mercato di Taobao nel settore B2C e C2C (aste e compravendita tra privati) e quella delle imprese cinesi in altri comparti dell’economia digitale.


I professori di Rotterdam ci indicano tre insegnamenti che possiamo trarre dall’esperienza di Taobao.
  1. Qualsiasi servizio deve adattarsi alla configurazione del business locale, non viceversa. Nel caso di Taobao le piccole imprese, forza trainante del boom cinese, sono il punto focale della questione.
  2.  I servizi devono essere fortemente integrati e completarsi a vicenda, in modo da costituire un ecosistema che rappresenti una barriera d’ingresso insormontabile a nuovi concorrenti.
  3. Il servizio deve mettere il pubblico a proprio agio rendendo l’esperienza online familiare attraverso procedure semplici, sicure e divertenti. La conoscenza del carattere locale è fondamentale: in questo modo si crea fiducia e reputazione, il bread & butter dell’e-commerce.
Taobao ci è riuscito, eBay no! E pensare che è stato proprio “The Voice” – Frank Sinatra è uno degli artisti americani più ammirati in Cina – a musicare la marcetta che ha accompagnato l’ascesa di Taobao e la caduta di eBay: “But more, much more than this, I did it my way”.

Il signor Mac Buck

28 febbraio 2012

It just works

L'abbiamo chiamata sacerdotessa perché in questo periodo di transizione e grande smarrimento lei fa le "conversioni". E tra una conversione e l'altra le capita di imbattersi in strane storie che vedono quali protagonisti: InDesign, le font e i file epub. 


Dopo avervi illustrato alcuni problemi con iBooks... eccone un altro!

Era una notte buia e tempestosa, fuori imperversava una tempesta di neve e io mi trovavo come sempre immersa nei miei intrugli con gli ossi di pollo: inDesign, epub, CSS e codici.
Ma quella notte qualcosa andò storto, la creatura nata assunse una forma mostruosa: ahimé sfogliando le pagine del libro su iPad si ripeteva quando due, quando tre, quattro volte, l’ultima pagina di ogni capitolo.
Me tapina, me sventurata! Che sciagura, quale dannazione, rovinoso nefasto destino! No, troppo facile dare la colpa al destino, dovevo farmi venire un’idea, ma quale?!
Il vento soffiava, la neve cominciava a formare alti cumuli; la corrente era saltata e all’improvviso mi ritrovai a vagare nell’oscurità.
Poi una voce profonda, tuonante, proveniente da non so dire quale angolo della stanza mi pose questa domanda:

— Sacerdotessa, qual è il più grosso problema nel fare libri?
D’impulso risposi:
— Dopo Word, le font.

Il vento si era calmato, nell’oscurità riuscii a trovare una candela. Avevo centrato in pieno!
E ora? Come si fa a fare un libro per iBooks senza font? Non si nota nemmeno la distinzione fra font graziati e senza grazie. Il problema non si poteva risolvere togliendole.
Facciamo un piccolo passo indietro: prima che iniziasse a nevicare, avevo inserito nella cartellina META-INF del mio epub il documento com.apple.ibooks.display-options.xml con al suo interno il codice: <option name="specified-fonts">true</option> in modo che il mio iPad potesse riconoscere le font che avevo pensato e scelto per il libro.
Le font si trovavano di già nel file epub, più precisamente all’interno della cartellina “fonts” che inDesign crea con l’esportazione.
Mi feci coraggio, accesi il cero e tolsi sia il documento xml che la cartellina “fonts”. Ora le pagine non si duplicavano più!
Vittoria di Pirro. A me le font servono!

Creai una nuova cartellina “fonts” all’interno del file epub e vi trascinai le stesse font prese direttamente dalla cartella di sistema. Con un ultimo sforzo misi il documento com.apple.ibooks.display-options.xml di nuovo al suo posto.
Stremata e ormai sopraffatta dall’angoscia cominciai a sfogliare il mio ebook: le pagine duplicate in fondo ai capitoli non c’erano più. Perché mi domandai, per quale motivo? Di chi è la colpa? Di iBooks, di inDesign? Quando stavo per partire con improperi e catene di maledizioni contro l’uno e contro l’altro, la luce tornò e di nuovo sentii la profonda voce tuonare:

It just works.


La sacerdotessa-editor E.

22 febbraio 2012

Applicazioni a gogo

Il mucchio selvaggio dell’app economy raccontato e analizzato dal signor Mac Buck.


La milionesima applicazione
L’11 dicembre 2011 il New York Times ha annunciato la pubblicazione della milionesima applicazione per un dispositivo mobile in questo modo: «Ogni settimana nel mondo escono 100 film, 250 libri e ben 15.000 applicazioni per dispositivi mobili. Ogni giorno vedono la luce 543 applicazioni per Android e 745 per Apple iOS». Durante la settimana di Natale 2011 sono state scaricate un miliardo e 200 milioni applicazioni secondo Flurry, che analizza le tendenze del mercato mobile. Poco meno della metà sono state scaricare dagli USA (ben 510 milioni di unità) seguono molto distanziate la Cina con 100 milioni e il Regno Unito con 80. Francia e Germania guidano ex-aequo la classifica dell’Europa continentale con 40 milioni di applicazioni scaricate seguite dall’Italia con 25 milioni che fa meglio del Giappone, un paese dove il fenomeno si è sviluppato di meno di quanto si potrebbe pensare.


Il grafico dei download di app durante la settimana natalizia elaborato da Flurry è una fonte capitale per comprendere la dimensione del mercato delle app in particolare nei paesi di cultura e tradizione anglo-sassone. Un dato diffuso sempre da Flurry è ancora più importante delle brute metriche sui download delle app: la gente trascorre più tempo all’interno delle applicazioni che sul web. Flurry stima in un’ora e mezzo al giorno il tempo medio dedicato a consultare le applicazioni contro un’ora e 12 minuti passato sul browser per navigare in Internet.


In appena un anno si sono capovolti i rapporti di forza tra il web e le applicazioni sull’indicatore più pesante per misurare un trend, quello appunto del tempo dedicato a un’attività. Anche relativamente al traffico dati sulla rete il mobile è in fuga: il 55% viene generato proprio da dispositivi mobili contro il 45% da portatili e dei computer da scrivania.
Una cornucopia di applicazioni, quindi. Nel valutare questo sbalorditivo fenomeno, occorre considerare che prima del 10 luglio 2008, giorno di apertura dell’AppStore, niente di questo neppure esisteva. Già Palm con la versione Palm OS 5.2, nel lontano 2002, aveva reso possibile lo sviluppo di applicazioni di terze parti sul proprio sistema, aprendo, come in molti altri casi, la strada a questa grande innovazione. Era stato però con Facebook, già dal maggio 2007, che l’idea di una piattaforma sulla quale creare un ecosistema di applicazioni aveva assunto dimensioni ragguardevoli contribuendo a farne quell’enorme recinto di servizi e relazioni che è oggi. Deloitte ha valutato che l’economia delle app sulla piattaforma Facebook abbia prodotto nei paesi dell’Unione europea un valore di oltre 2 miliardi di euro con un contribuito rilevante all’occupazione giovanile delle claudicanti economie europee. TechNet, un’organizzazione di lobbying su temi tecnologici, ha stimato in 500 mila posti di lavoro il contributo dell’economia della app al mercato del lavoro USA: succo di acero per l’amministrazione Obama, in crisi di risultati su questo fronte.
Alla luce di questa timeline e di questi dati, in verità da prendere con lunghe pinze, è veramente strabiliante quello che è accaduto nell’arco di pochi anni anche per i connotati economici che ha già assunto. Nel 2015 la spesa in applicazioni varrà 35 miliardi di dollari con un CAGR 2011-2015 del 38%. Gartner alza la stima a 58 miliardi. Si può quindi parlare a tutti gli effetti di economia delle app e di un vero e proprio comparto E&M. Infatti questa evoluzione ha un’enorme importanza per l’industria dello spettacolo e dei media perché grande parte delle applicazioni offre soluzioni per consumare prodotti di questo tipo come prova il grafico sulla distribuzione delle app per categoria merceologica.


Tutto bene allora?
No, affatto! La «crescita esplosiva dell’app economy», per usare le parole degli esperti di PricewaterhouseCoopers, non è scevra da altri giganteschi problemi strutturali: il mercato delle applicazioni è frammentato, gli store di app sono dei bazaar e l’assenza d’interoperabilità tra le varie piattaforme costringe gli editori a produrre differenti versioni per ogni applicazione.



Inoltre questo nuovo mercato sussume e amplifica tutte le logiche negative degli altri mercati digitali come:

  1. la concorrenza accanita e brutale che innalzata enormemente le barriere d’ingresso penalizzando le start-up e gli sviluppatori a vantaggio dei soggetti che hanno maggiori risorse per proporre app con un’accresciuta “user experience”. Tutto sta nel riuscire a farsi ascoltare sopra un assordante rumore di fondo. 
  2. la rapidissima migrazione degli utenti verso nuovi gusti che accresce il tasso di rotazione delle classifiche con conseguente perdita di visibilità, declino nei download e riduzione delle aspettative di vita delle app a quelle di un bruco;
  3. la tendenziale irrilevanza dei brand che cede lo scettro alla nozione di “user experience” nella reminiscenza degli utenti;
  4. la diluizione dei contenuti di qualità con quelli triviali, un fenomeno dalle conseguenze profonde che potremmo iscrivere in una deriva post-pop il cui Andy Wahrol si deve ancora vedere;
  5. le bande di detrattori professionisti e di recensori prezzolati che alterano il genuino giudizio del pubblico sul valore delle app; 
  6. lo strapotere dell’utente che con un segno del pollice può decidere la sorte del prodotto come l’imperatore Commodo quello dei gladiatori che combattevano nell’arena sognando un nuovo Spartaco. 

Per gli editori/gladiatori, e ce ne sono 135 mila solo negli USA secondo il sito specializzato 148apps.biz, la vita è dura se non impossibile, ma c’è un vantaggio che non deve sfuggirli nella frustrazione del momento: possono decidere un prezzo per i contenuti e, anche se devono spartirlo con la piattaforma, gli è stata restituita la speranza di fuggire dalla logica del “gratis e basta” che vige sul web. «Uno dei lasciti di Steve Jobs e di averci insegnato a pagare per i contenuti» afferma Adam Bird, direttore di McKinsey & Company. E non è un caso che questa rivoluzione l’abbia avviata proprio il compianto co-fondatore di Apple. Non si fanno comunque dei grandissimi affari con le app a pagamento. Su AppStore, che è la piattaforma di gran lunga più redditizia, il 91% delle app costa meno di 5 dollari e per fare un fatturato ragionevole occorre farle scaricare decine di migliaia di volte.

Tante apps, pochi vincitori
«Con l’offerta mondiale di applicazioni in crescita esponenziale, la parte acquistata o scaricata da qualcun’altro che non sia lo sviluppatore e i propri familiari può divenire ancor più esigua. Anche restringendo le analisi alle applicazioni prodotte da brand famosi, solo il 20% sono scaricate più di mille volte». Solo l’uno per cento di queste ultime può vantare più di un milione di download. Questa è la sentenza piuttosto dura degli esperti di Deloitte sull’ecosistema delle applicazioni per mobile contenuta in un report dal titolo sconcertante “So many apps — so little to download, che segue un rapporto precedente anch’esso piuttosto avvilente “Killer Apps? Appearance isn’t everything”. Le app gratuite restano all’apice del gradimento degli utenti e nel 2011 hanno totalizzato il 96% dei download seconda una indagine condotta da IHS iSuppli, una società di consulenza nel campo della comunicazione. Gartner valuta in 81% la quota di downolad delle app gratuite.
Anche gli sviluppatori indipendenti e gli editori, che hanno abbracciato con ammirevole entusiasmo questo nuovo mercato, si sono resi conto che il cammino è in salita piuttosto che in discesa e che far scaricare un’app, foss’anche gratuita per non parlare di pagare, può essere uno sforzo di Sisifo. Più il catalogo delle applicazioni cresce più incolmabile diviene il distacco tra pochi blockbuster in fuga e il gruppone dei gregari che insegue affannosamente. Malgrado questa situazione che colpisce i produttori, paradossalmente, il numero di applicazioni continuerà a crescere: nel 2012 saranno 2 milioni e nel 2013 il catalogo potrebbe raggiungere i 4 milioni. Questa crescita è trainata dalle aspettative generate dalla crescita stellare dei dispositivi mobili, dall’arrivo di nuovi sistemi operativi introdotti da player robusti, dalla domanda dei paesi emergenti e dalla necessità di alimentare di contenuti il mercato degli smartphone da 100 dollari che andranno a sostituire i telefonini basici in uno spazio brevissimo di tempo.
A questo proposito scrivono gli esperti di Deloitte: «Per raggiungere il 90% degli utenti, uno sviluppatore dovrà creare una specifica versione dell’applicazione per ognuno dei cinque sistemi operativi (più HTML5), nelle cinque principali lingue, per almeno tre distinte prestazioni del processore e per quattro diverse dimensioni dello schermo. Detto altrimenti, saranno necessarie 360 varianti della stessa applicazione per coprire dignitosamente il mercato globale. Ciascuna variante conterà come un’applicazione a sé stante». Non è uno scherzo!
Nei mercati maturi delle app i costi di produzione e di marketing (senza considerare i diritti) di un’applicazione sono enormemente cresciuti nel 2011 e saliranno ulteriormente nel 2012 con punte che possono arrivare a sfiorare le sette cifre, tanto il Wall Street Journal ha valutato il costo dell’applicazione gratuita per iPad “Sting25” che celebra fastosamente i 25 anni di attività del cantante con lo scopo di rilanciare il suo intero catalogo. I tempi eroici dello sviluppatore che scrive la propria app tra la mezzanotte e le sei del mattino e questa finisce tra le prime 10 in classifica sono finiti, come l’epico west è scomparso con la ferrovia. Il mercato è divenuto professionale e sempre più dominato dalle organizzazioni che controllano i contenuti e hanno capacità d’investimento per ottenere l’attenzione dei consumatori. Il modello dello sviluppatore solitario chino al tavolo della cucina potrebbe ancora funzionare nei mercati in via di sviluppo dove l’ecosistema è ancora nella sua infanzia.

Perché il 90% delle app sono un flop?
La carestia dei download non significa che il modello di business delle applicazioni è fallace o non sostenibile, significa una cosa diversa. Non foss’altro che abbiamo già alcuni fortunati “millionaire” (per il bi- occorre aspettare ancora un po’) dell’ecosistema apps e molti altri hanno già acquistato una Porsche Carrera nera a rate. Significa piuttosto che il modello di business nei mercati maturi, come lo è anche l’Italia, è quello di Hollywood o del poker, il vincitore prende tutto il piatto delle banconote, agli altri spartiscono le monetine. Se il prodotto non funziona nella prima settimana, ma si potrebbe dire nelle prime 48 ore, di uscita non ci sono più assi da giocare. Un meccanismo che gli studios di Hollywood conoscono molto bene. «The winner take it all/The loser standing small … No more ace to play» dice una canzone degli Abba, reinterpretata da Meryl Streep in Mamma Mia, che potrebbe divenire l’inno dell’app economy.
È questa la natura dei mercati digitali dei contenuti dalla musica, al video, ai film, ai talk show. I consumatori vanno dove vanno tutti spinti dai trend che rimbalzano da un blog all’altro dai circoli degli amici e dal porta a porta del chiacchiericcio globale: un conformismo atroce e fors’anche inevitabile di fronte alla vastità dell’offerta. Purtroppo il conformismo è una minaccia maggiore dei derivati finanziari. In questo contesto perde senso anche una teoria consolidata e rassicurante come quella della coda lunga. In questi mercati non c’è nessuna coda lunga: l’80% dei brani musicali non ottiene neppure un download e la stessa cosa succede con le applicazioni, anche se non è possibile ancora dimostrarlo con metriche attendibili.
Perché tante app non riescono ad attrarre alcuna attenzione? La qualità è la prima ragione. Gli utenti si aspettano applicazioni che utilizzino appieno le capacità tecnologiche e le specificità di un device mobile come la gestualità, la voce, il GPS, la videocamera, l’accelerometro, la bussola. Molto spesso vi si ritrovano invece contenuti e modalità traslati dal web o da altrove senza troppe mediazioni e senza alcuna valida implementazione. Il fatto di disporre di un contenuto o di un servizio sempre con sé, nella propria tasca, è un valore importante ma da solo non è più sufficiente senza una più evoluta “user experience”. Anche i device mobili, come gli altri media, hanno sviluppo un proprio linguaggio che si è affrancato dal web come il cinema delle origini si affrancò dal teatro grazie a Georges Méliès. Gli esperti di Deloitte hanno rilevato che l’uso estensivo delle specificità di questi dispositivi può aumentare significativamente le possibilità di successo di un’applicazione. Questo grafico mostra quali fattori possono contribuire a rendere più invitante l’applicazione e di conseguenza determinarne il successo.


La seconda ragione, ci fa sapere Deloitte, è che molte applicazioni mancano il target per il semplice fatto che neppure si pongono il problema. Faccenda inconcepibile il qualsiasi altro mercato. I dispositivi iOS sono in mano a professionisti, colletti bianchi e, non foss’altro per il brainwashing, a persone che pensano di essere un po’ speciali. Confezionare un’app che non centra questo bersaglio, vuol dire disperderla nel mucchio, senz’altro selvaggio. Ecco che cosa scrivono gli esperti di Deloitte a questo proposito: «Bisogna trattare ogni piattaforma come un differente canale, con differenti livelli di coinvolgimento e di demografia e tenere l’orecchio sul terreno per cogliere l’arrivo di novità tecnologiche».
Orecchio sul terreno dunque per sentire arrivare in tempo utile il mucchio selvaggio come il capo indiano in Balla coi lupi. Bisogna avere l’orecchio dentro al secchio.

Il signor Mac Buck


14 febbraio 2012

Facebook. Il vuoto d’aria della privacy

Dove ci porta oggi il signor Mac Buck? Nel cuore dell'impero, di napoleonica memoria.

Facebook entrerà a giorni nello stretto novero delle società con una capitalizzazione superiore a 100 miliardi di dollari. Come dice L’Economist varrà più di Boeing, il colosso che costruisce gli aerei che ci portano in giro per il mondo e che dà lavoro a 165.000 persone contro le 3000 di Facebook. La famiglia Zuckerberg, a cui il giovane Mark ha elargito azioni come Napoleone ha distribuito regni, entrerà nello stretto novero delle dinastie più facoltose della terra. Il papà di Mark, Edward, diventerà il dentista più ricco del globo. Se comprendiamo bene dove sta il valore di Boeing, Apple, Microsoft e anche Google (tutti vendono qualcosa), per Facebook è più difficile. Forse sono gli 850 milioni di frequentatori a dargli un valore così elevato? A dire il vero questi sono meri numeri, seppur pesanti: la grande popolazione di una nazione non ne fa automaticamente una potenza economica. È solo un potenziale.

Le persone che vanno su Facebook non acquistano niente, neanche un drink, vengono, sporcano e se ne vanno senza lasciare un centesimo. Mantenerli costa una fortuna. Il valore di Facebook consiste nei dati che raccoglie sulle persone; informazioni private, comportamentali, hobby, preferenze, allusioni, consigli e relazioni. Tutto ciò che determina la sfera privata di una persona, la cosiddetta privacy, può essere conosciuto da Facebook. A un certo punto questi dati serviranno a qualcosa, probabilmente ai pubblicitari per confezionare delle azioni di marketing mirato da rivolgere sulla piattaforma Facebook agli utenti che soddisfano un certo profilo demografico o comportamentale. Per ora è il modo più facile di fare dei soldi con questo grande ambaradan del social. La decisione di quotarsi in borsa non lascia molta scelta a Facebook a meno di inventare, e senz’altro ci riuscirà, nuovi strumenti per remunerare i propri azionisti. Facebook deve accelerare subito tutti gli aspetti della sua attività che producono denaro. Tale intento spiega la messe di annunci, alla vigilia della quotazione in borsa, rivolti agli investitori e provenienti dagli investitori. Facebook sta vivendo con una certa apprensione questa prova dei fatti economici e ha già messo le mani avanti; per esempio sta dicendo a chi sa ascoltare: «stiamo preparando una soluzione per il mobile marketing, ma non sappiamo se funzionerà». È come dire, state attenti a dove mettete i soldi? Invece tutti si aspettano qualcosa di eclatante e questo meccanismo all’insù renderà gli executive di Facebook voraci, come lo sono diventati quelli di Google dopo aver distribuito la minestra alla mensa dei poveri.

La vicenda di Facebook non è però così grevemente economica e come tutte le manifestazioni importanti dell’attività umana ha la sua dialettica interna. La squarciante modernità della lettera agli investitori di Mark Zuckerberg dal titolo “The Hacker way”, che riecheggia il Manifesto del futurismo di Marinetti pubblicato un secolo fa, indubbiamente riflette lo “Spirito del tempo”. La contraddizione tra “cattivo” e “buono” di Facebook ha portato e porterà molti problemi. Ammettiamo anche, come sottintende Facebook, che molti utenti non si curano troppo di permettere o impedire a un database di tracciare i loro comportamenti e di strutturarli in un dossier personale – comprese le loro relazioni extramatrimoniali – purché possano continuare a stare gratis sul social network. Ammettiamo anche che scoprirsi oggetto di attenzioni e interesse può essere rassicurante in un mondo di solitudine e d’indifferenza e ipotizziamo pure che ricevere suggerimenti non richiesti su qualcosa che ci sta a cuore sia abbastanza tollerabile se si è dormito bene, anche se in altre circostanze può veramente infastidire. Ammettendo tutto ciò e anche riconoscendo che la percezione del problema da parte di tanti utenti può essere debole di fronte al glamour di Facebook, la questione della privacy è qualcosa di molto serio per l’opinione pubblica e i governi.

Contro la social intelligence di Facebook non combattono idealmente solo i militanti fattualisti delle fantasmagoriche teorie sul Controllo di William S. Borroughs. Combattono molti altri e assai di più dimostrano una crescente ansietà. Uno studente di legge di Salisburgo ha chiesto a Facebook di riavere indietro il proprio dossier e si è visto recapitare un file di 1222 pagine, dove ci sono informazioni che neppure ricordava. Su questa scia altre 40 mila persone, che si sono coordinate nel movimento “Europa contro Facebook”, hanno chiesto la distruzione dei loro dati. Un professore di legge di Chicago ha scritto un libro dall’esplicito titolo “I Know Who You Are and I Saw What You Did: Social Network and the Death of Privacy” che sta sulla scrivania dei commissari e dei regolatori europei. Tutto questo brusio costringerà Facebook a un piccolo-grande aggiustamento, suggerito costantemente dall’Economist: cambiare l’opzione di default della Timeline sull’uso dei dati personali da “sì” a “no”. Dovrà essere l’utente ad autorizzare la raccolta e l’utilizzo dei propri dati, non l’automatismo della registrazione. E c’è da scommettere che agli utenti verranno altri appetiti a seguito di questo piccolo clic su un “sì”, come quello, per esempio, di chiedere dei benefici per non ripensarci o semplicemente per spostare una crocetta. L’effetto leva si trasferisce così dalle mani del social network a quello degli utenti.

Per Facebook significa scoperchiare il vaso di Pandora.
«Ottenere il permesso per forme più personali di marketing sarà cruciale se Facebook vuole evitare di far arrabbiare gli utenti  – dice Alexandre Mars di Publicis, la seconda agenzia pubblicitaria del mondo – Sanno un sacco di cose su di noi. Come e quando inizieranno ad usarle e se voi sarete contenti o irritati da ciò, è la loro vera sfida».
Chiedere il permesso, da persone educate, è un piccolo passo che calmerebbe il brusio ma che potrebbe costare diversi punti in borsa e, alla lunga, una ridefinizione del modello di business. Il che non è senz’altro male, perché allontana Facebook da un modello monolitico seppur subdolamente redditizio dal quale neppure Google è riuscito a staccarsi e che ora comincia a stargli parecchio stretto anche per colpa di Facebook, il nuovo Alessandro Magno, distruttore d’imperi.

Il signor Mac Buck

4 febbraio 2012

iBooks Author e i colli di bottiglia dell'ecosistema Apple

Tra le novità made in Cupertino presentate lo scorso 19 gennaio a New York, iBooks Author, il software Apple che consente facilmente all'utente di creare libri di testo interattivi e multimediali, è quello che ha riscosso maggiori entusiasmi e critiche.
Sugli entusiasmi non mi soffermo, sono chiaramente dovuti alla possibilità per molti utenti di realizzare in modo semplice pubblicazioni digitali a supporto della didattica e alla conseguente promessa che questo riduca il prezzo dei libri di testo ampliandone l'offerta. Le critiche invece meritano una più ampia disamina.

Il formato proprietario

I textbooks creati con iBooks Author non sono in formato ePub, lo standard aperto più diffuso per le pubblicazioni digitali, ma nel formato proprietario ibooks, basato su ePub2 con alcune estensioni in HTML5 e JavaScript per poter arricchire il libro di elementi multimediali e maggiore interattività.
iBooks Author consente l'esportazione in PDF, non in ePub.
Se scegli la via del formato proprietario, la devi percorrere fino in fondo: i libri creati con iBooks Author possono essere letti unicamente mediante l'applicazione iBooks di Apple.
Per conoscere più nel dettaglio le specifiche del file .ibooks, vi consiglio di partire dall'analisi del Mennocchio.
Fin qui niente di nuovo sotto il sole. Beninteso, la questione dei formati non è né banale, né oziosa: uno standard aperto e condiviso, costantemente implementato e riconosciuto, e di cui è garantita l'interoperabilità tra software e hardware, è un bene a cui sia come produttori che come fruitori di contenuti digitali non siamo disposti a rinunciare; tuttavia, Amazon ci aveva già abituati a tenere in considerazione la presenza di formati proprietari.

L'accordo di licenza con l'utente finale

Maggiore scandalo ha suscitato invece l'EULA, l'accordo di licenza con l'utente finale, relativo all'uso del software: i libri creati con iBooks Author possono essere venduti solo ed esclusivamente attraverso l'iBookstore, dopo averli sottoposti all'approvazione di Apple.
Tale clausola era già stata giudicata inaccettabile e ridicola da diversi esperti nella sua formulazione iniziale. Apple è riuscita a peggiorarla.
Come riportato ieri da The Digital Reader, la versione iniziale recitava:
If you charge a fee for any book or other work you generate using this software (a “Work”), you may only sell or distribute such Work through Apple (e.g., through the iBookstore) and such distribution will be subject to a separate agreement with Apple.
Quella attuale invece:
If you want to charge a fee for a work that includes files in the .ibooks format generated using iBooks Author, you may only sell or distribute such work through Apple, and such distribution will be subject to a separate agreement with Apple. This restriction does not apply to the content of such works when distributed in a form that does not include files in the .ibooks format.
Semmai a qualche malizioso fosse venuto in mente di utilizzare alcuni file contenuti nel file .ibooks e generati quindi con iBooks Author per creare un libro digitale, magari di contenuto assai simile, in formato ePub e venderlo dove gli pare, beh, Apple ha messo le mani avanti per piantargli qualche grana.

Come ha spiegato bene l'avvocato Evan Brown consultato da Ars Technica, si tratta di una clausola sull'uso del software che limita l'uso dei libri con esso creati:
"The offending language in the iBooks Author EULA is a condition on the use of the software, sort of disguised as a condition on the use of the books that are created," Brown said. "Imagining how this might play out in a dispute reveals the nuance. Say a user makes her iBooks Author created work available for sale through some non-Apple platform. Would Apple sue, claiming that that book is infringing? Of course not—it would lose that lawsuit big time. Instead, Apple would claim that the use of iBooks Author to create that work violated this condition of the EULA, thus was beyond the scope of the EULA, and thus was infringement. Any lawsuit would be for infringement of the software, not of the book."
Il futuro dell'educazione non sta nei libri di testo

Tra le critiche più pungenti e prospettiche, vi è quella di Elena Favilli che nel suo blog su Il Post scrive (riporto alcuni stralci e consiglio di leggere il post per intero):
Se stai cercando nuova musica, giochi, video o altre forme d’intrattenimento che sono guidate principalmente dai gusti individuali, allora il potere della folla funziona sicuramente molto bene. Funziona bene sull’iTunes Store per tutto ciò che riguarda i contenuti pop, per esempio. Non funziona per niente, però, per tutti quei contenuti che si basano su un livello di conoscenza e competenza più alto. Aree come l’educazione e la salute, che sono di estrema importanza per tutta la popolazione ma di cui pochi non tutti hanno conoscenze adeguate, richiedono qualcosa di più della folla per prendere decisioni basate sulla qualità.
E più avanti:
Di strumenti per pubblicare contenuti siamo già pieni. Quello che manca è un modo per capire, in settori cruciali come quello dell’educazione, quali sono quelli di cui fidarsi. La content curation ha già dimostrato di funzionare molto bene nel giornalismo, dove il proliferare di contenuti di ogni tipo ha costretto i giornalisti a trasformarsi prima di tutto in designer, dj delle notizie. Ora è l’educazione il campo in cui più ce n’è bisogno.
Lo scenario è ancora aperto e non è da escludersi che Apple raddrizzi il tiro in corso d'opera, sebbene le ultime mosse relative all'accordo di licenza non sembrino andare in questo senso. È tuttavia possibile prevedere che se Apple vuol fare veramente breccia nel campo dell'educazione e indurre la "rivoluzione" promessa, dovrà aprire il suo sistema a pratiche meno vincolanti e sottoposte a rigido controllo, prima che ci pensi qualcun'altro.

24 gennaio 2012

L’industria dei media nell’agone della rivoluzione dei dispositivi mobili

Prosegue l'immersione del signor Mac Buck nell'industria dei media. Dalla ridotta di Dunkerque all'arena dei gladiatori, un viaggio – fatto di dati, esperienze, analisi e considerazioni – nelle evoluzioni mobili del mercato dei media.


L’industria dal 2009 al 2011

Alla fine del 2009 tutta l’industria dei media sembrava inesorabilmente proiettata verso un altro decennio torrido, non tanto per il calo della crescita dei consumi in E&M (Media & Entertainment, ndgr) che registrava –30% in quattro anni, quanto per le prospettive: all’orizzonte andavano prendendo forma i quattro cavalieri dell’apocalisse con i loro cartigli che recavano ciascuno una ben leggibile sentenza:
  1. impossibilità di vendere contenuti sul web, l’unico mezzo di distribuzione digitale disponibile all’epoca;
  2. insufficienza della pubblicità online, modello di business unico e universale; un’offerta assolutamente al di sotto della domanda dell’industria costituita;
  3. flessione irreversibile del business tradizionale per la concorrenza del web verso cui si indirizzavano i consumatori; evoluzione che trovava del tutto impreparati gli executive media quanto ai suoi esiti a lungo termine;
  4. pirateria che stava erodendo le potenziali risorse provenienti dal web e, soprattutto, minando le basi di qualsiasi approccio basato sul pagamento dei contenuti. Contro il gratis non ci può essere concorrenza.
Tutta l’industria sembrava l’esercito alleato nella ridotta di Dunkerque nel maggio del 1940. La confortevole zona delle certezze condivise sembrava sgretolarsi di fronte a queste prospettive. I risultati di questa indagine condotta in cinque paesi dell’area OCSE dalla multinazionale di consulenza Bain & Company sul sentiment dei consumatori nei confronti dei contenuti su Internet, è la migliore istantanea degli angosciosi interrogativi di quel periodo. Ma, come accadde a Dunkerque,  un evento miracoloso arrivò in soccorso all’industria restituendo morale e voglia di combattere.



L’inversione di tendenza

Dal 2009 in poi l’avvento dei dispositivi mobili ha iniziato a cambiare profondamente e irreversibilmente non solo lo scenario dei media ma quello di tutta la tecnologia fino allora dominata dal personal computer. Ne è un’attestazione il fatto che lo stesso campione di consumatori che aveva dichiarato a Bain & Company la propria indisponibilità a pagare contenuti su Internet, ribaltava completamente il proprio punto di vista se interrogato con lo stesso quesito riguardo ai dispositivi mobili e in particolare ai tablet.


Il consolidarsi di questo scenario negli anni successivi ha portato anche a un mutamento nel sentiment degli operatori del settore e degli investitori verso il comparto media: da quella di un lazzaretto a quella di un luogo dove è servito un bel pezzo di torta.
Il big bang non c’è dunque stato: le reti televisive sono sempre a portata di telecomando e sullo schermo continua a scorrere abbondante la pubblicità, la Tv via cavo ha avuto degli anni grandiosi, grandi “octopus” come Time Warner e The News Corporation hanno continuato a inghiottire utili e sono tornati baldanzosi. Pure i quotidiani sono sopravvissuti al diluvio e il New York Times è anche riuscito a piazzare un cospicuo numero di abbonamenti alle sue versioni digitali mosse cautamente dietro una paywall. I grandi gruppi media possono ancora fare affidamento su ben fortificati patrimoni che si chiamano notorietà del marchio, distribuzione efficiente e grandi capitali. Ecco che sembra tornare attuale il vecchio truismo sui media quando asserisce che il contenuto indossa sempre la corona e che i grandi marchi torreggiano arditamente sopra il polverone sollevato dall’andirivieni dei sudanti sfidanti. Sono i grandi animali della foresta.

Anche se le antiche certezze hanno tenuto e il cielo non è caduto, nell’aria c’è molta ansietà di nuovo. L’inerzia che ha trattenuto i consumatori dal migrare più velocemente al digitale sta assottigliandosi nella misura in cui anno dopo anno cresce una nuova generazione di consumatori che vuol forgiare il proprio modo di consumare i prodotti E&M. In questa vignetta di Dan Summers apparsa sul New York Times del 1 gennaio 2012 si specchia questo zeitgeist.


Ecco che distributori digitali di contenuti, i motori di ricerca e addirittura i costruttori di dispositivi stanno lanciandosi in questo spazio che è ancora il livello più basso del mercato. Questi nuovi soggetti tecnologici stanno affrettandosi a produrre contenuti propri in modo tale da cucirli addosso a questa nuova utenza. Non saranno buoni come quelli tradizionali, ma funzionano. Anche perché il cloud, la nouvelle vague tecnologica, semplifica enormemente l’accesso ai prodotti come film, musica, video e libri e spinge potentemente il consumatore a varcarne la soglia, fosse solo per curiosità. Queste sono notizie che i grandi gruppi media e l’industria costituita ascoltano con crescente irritazione.

Dove si consumeranno i prodotti E&M e come?


Si consumeranno sullo schermo di un dispositivo mobile (tablet, smarthphone, e-reader) dal cloud per mezzo delle applicazioni. Il mobile sta diventando il mezzo di accesso primario ai contenuti digitali. In Giappone già oggi l’80% dell'accesso a Internet avviene attraverso questo mezzo. In Corea 20 milioni di persone guardano la Tv da un dispositivo mobile. Giappone e Corea sono i mercati dove la banda larga arriva rispettivamente al 90 e al 70% della popolazione. Anche l’Europa marcia a una buona velocità: Thomas Husson, un analista di Forrester Research, stima che nel 2016 il 54% dell’accesso a Internet nel vecchio continente avverrà da un dispositivo mobile.
Secondo Larry Kilman, della World Association of Newspapers and News Publishers, dei quasi 50 milioni di iPad venduti nel 2011 una buona parte sono stati acquistati da consumatori abituali di prodotti media. Il mobile computing, come mostra questo grafico, è il settore con il più alto tasso di crescita dell’intero comparto tecnologico.


 

Morgan Stanley, la potente banca d’investimento, valuta che nel 2011 le vendite combinate di smartphone e tablet abbiano superato quelle di personal computer. Le stesse vendite di Netbook, la risposta dei costruttori di PC alle esigenze di mobilità, si sono a tal punto assottigliate nel 2011 da far titolare il Financial Times «Computers: end of story for netbooks». Le speranze di rilancio dei produttori di personal computer e di Intel, fornitore del microprocessore Atom e per ora ai margini della rivoluzione del mobile, si rivolgono ai super-leggeri ultrabook. Secondo una stima di TrendForce, gli ultraleggeri sosterranno lo sviluppo dei notebook, un segmento che nel periodo 2012-2015 incrementerà le vendite del 13,3% a fronte di un calo dei netbook del 17%. Si ritiene che il lancio di Windows 8 a metà 2012 contribuirà a questa crescita in modo decisivo. Nel 2015 ci saranno circa 300 milioni di notebook di cui un terzo ultrabook.
Alla stessa data, secondo Gartner, ci saranno nelle mani degli utenti di tutto il pianeta un numero analogo di tablet, circa 325 milioni di cui poco meno della metà iPad, anche se la rimonta dei dispositivi basati su Android fa dubitare di questa previsione così favorevole ad Apple.


Per esempio, nei mesi che ne hanno seguito il lancio, il Kindle Fire, nonostante le cattive recensioni e le riconosciute manchevolezze, ha venduto più di un milione di unità ogni settimana frantumando qualsiasi precedente record di vendite. Segno abbastanza evidente dell’appetito del mercato verso questo tipo di pietanze, ancor meglio se a basso costo.
Quello che è successo nel 2011 però non è senza significato. La spiegazione getta una luce finalmente diurna su come funzioneranno le cose in questo comparto. Nonostante le sfide lanciate da colossi come HP con l’attesissimo TouchPad, RIM con il PlayBook e da oltre 20 costruttori asiatici, l’iPad  copre il 70% del mercato. Gli unici dispositivi che hanno prodotto un percepibile ammacco in questa corazza d’Achille sono stati il NookColor prima e, con maggiore penetrazione, il Kindle Fire dopo; due dispositivi con uno schermo da 7 pollici, piuttosto primitivi come design e tecnologia.

Perché nel comparto dei tablet nel 2011 non è successo quello che è accaduto in quello degli smartphone dove Android e i costruttori di dispositivi concorrenti all’iPhone si sono aggiudicati il 50% del mercato, abbattendo l’egemonia Apple e la sicumera degli executive di Cupertino? Perché non è si è ripetuto lo stesso schema con i tablet?
La prima spiegazione è il prezzo, ma non ci porta molto lontano nella comprensione. Secondo una indagine di Retrevo, un portale di elettronica di consumo, i consumatori non sono disposti a spendere più di 250 dollari per un tablet che non sia iPad. Ciò spiega la ragione del relativo successo di NookColor e di quello più pieno del Kindle Fire, entrambi al di sotto dei 250 dollari.
Perché mentre acquistano device non iPhone ad oltre 500 dollari i consumatori non sono disponibili a spenderne altrettanti per un tablet di qualità che non sia un iPad? Con uno smartphone acquistano un telefono (che i carrier rendono appetibile tramite offerte combinate con piani di abbonamento) oltreché una finestra su un mondo di contenuti. Con il tablet acquistano solo una finestra sui contenuti senza alcuna agevolazione tariffaria: il tablet è totalmente ancillare ai contenuti.
Se questi ultimi non ci sono, diviene una finestra sul cortile o un specchietto portatile per sistemarsi la pettimatura. I contenuti devono poi essere ricchi, assortiti, coinvolgenti e offerti senza intoppi o complicazioni, serviti direttamente dalla “nuvola”.

Quale costruttore presenta questa combinazione tra piattaforma di contenuti e tablet? Apple, Amazon e Barnes & Nobles, la più grande libreria del mondo. L’abilità nel vendere i contenuti fa quindi la differenza nel mondo dei tablet. Il resto ha un valore complessivamente limitato. Affacciarsi sullo schermo di un tablet è divenuto l’obiettivo di chiunque abbia un contenuto tradizionale o interattivo che sia. In questa ottica il modello di business di tutti i produttori di contenuti, sia che si tratti di News Corps o Disney o Hulu o Hachette, è lo stesso: assicurarsi uno spazio su un video.
L’interesse di tutta l’industria dell'intrattenimento e dei media è che questi dispositivi mobili finiscano nelle mani del maggior numero di persone così da potervi immettere i contenuti che l’industria produce. E questo succederà. Succederà anche nel mondo delle professioni e del lavoro: secondo un’indagine pubblicata nel maggio 2011 da Manhattan Research, una società di ricerca nel campo medico-sanitario, il 30% dei medici USA possiede un iPad e il 75% possiede un qualche device Apple iOS (iPhone, iPod, MacAir). La penetrazione degli smartphone in ambito medico dovrebbe aver raggiunto l’80% a fine 2011.

Il cloud alla base dell’ubiquitous computing


Nel 2015, secondo PwC, saranno quasi un miliardo e trecento milioni le persone che useranno uno strumento mobile continuamente connesso per fruire contenuti digitali “via cloud”; contenuti quindi raggiungibili in ogni momento e ovunque da tutti i dispositivi profilati con l’account della persona. Per questa realtà, che non è più fantascienza, è stato coniato il neologismo “ubicomp” che sta per “ubiquitous computing” per il quale esiste un’abbondante voce di Wikipedia.

Il cloud è un driver fondamentale per spiccare un salto triplo non solo tecnologico ma nel modello distributivo pervasivo e di tariffazione. Gli ecosistemi di Amazon Kindle, Apple iCloud, Netflix e Google Apps, il pioniere di questo servizio, hanno reso il cloud qualcosa che è tra di noi. Il cloud incrementerà in modo inimmaginabile la fruizione di prodotti media perché l’utente è spinto a essere molto più attivo dalla semplicità della cosa e dall’abbondanza dell’offerta. Per esempio, Netflix offre l’accesso al suo servizio attraverso 700 differenti dispositivi. Inoltre ci saranno molte opzioni per fruire questo contenuto: l’utente potrà acquistarlo e incamerarlo, oppure potrà noleggiarlo, affittarlo, utilizzarlo a tempo e a porzioni, condividerlo in gruppi d’acquisto o d’interesse e via dicendo di questo passo. Si avrà un vero e proprio mutamento di atteggiamento nel modo di “vivere” i contenuti che allietano lo spirito o lo elevano verso nuove conoscenze. In uno scenario neanche troppo lontano, saranno i contenuti stessi a raggiungere l’utente sulla base del luogo dove si trova, dell’attività che sta svolgendo e, perché no, di quello che sta desiderando in quel preciso momento.
I contenuti saranno fruiti attraverso applicazioni specifiche ottimizzate e ingegnerizzate per fare quel lavoro rapidamente e bene con quel piccolo plus che è la gratificazione istantanea dell’acquirente che è il motore del passaparola, il mantra del marketing. Per il costo di un espresso divertono e fanno risparmiare tempo, due risorse limitate in tempi moderni.

Beninteso le applicazioni, il modo per raggiungere i contenuti, non sono né in contrapposizione né in alternativa al web classico. Ne sono semplicemente un suo sviluppo in tempi di ubiquitous computing. Anzi il web classico è sinergico alle applicazioni poiché fornisce la materia prima per la trasformazione di un contenuto o di un servizio in prodotto di consumo moderno. Le applicazioni poi viaggiano sulla stessa infrastruttura del web e possono anche essere tecnologia web standard come dimostra la nuova ondata di web apps, non ancora in piena fioritura, ma sicuramente un fenomeno che si farà sentire anche come risposta all’hortus conclusus delle piattaforme proprietarie di distribuzione. Basta pensare all’operazione che ha compiuto il Financial Times dove la web app non solo offre la stessa “user experience” dell’applicazione presente sui vari store, ma è più integrata con l’universo di servizi e contenuti del grande quotidiano finanziario. La web app non è affatto una scelta difensiva nei confronti delle piattaforme, ma un nuovo modo di fare web sotto il cielo del mobile computing. Certo la web app risponde a un’esigenza di ordine e focalizzazione all’interno del web scapigliato, caotico e frastornante cresciuto come un “mucchio selvaggio”.

La milionesima applicazione


L’11 dicembre 2011 il New York Times ha annunciato la pubblicazione della milionesima applicazione per un dispositivo mobile presentando così la notizia: «Ogni settimana nel mondo escono 100 film e 250 libri contro 15.000 applicazioni per dispositivi mobili. Ogni giorno sono pubblicate 543 applicazioni per Android e 745 per Apple iOS». Durante la settimana di Natale 2011 sono state scaricate un miliardo e 200 milioni applicazioni secondo Flurry, che analizza le tendenze del mercato mobile. Poco meno della metà sono state scaricare dagli USA (ben 510 milioni di unità) seguono molto distanziate la Cina con 100 milioni e il Regno Unito con 80. Francia e Germania guidano ex-aequo la classifica dell’Europa continentale con 40 milioni di applicazioni scaricate seguite dall’Italia con 25 milioni che fa meglio del Giappone, un paese dove il fenomeno si è sviluppato di meno di quanto si potrebbe pensare. Il grafico dei download di app durante la settimana natalizia elaborato da Flurry è una fonte capitale per comprendere la dimensione del mercato delle app in particolare nei paesi di cultura e tradizione anglo-sassone. Un dato diffuso sempre da Flurry è ancora più importante delle brute metriche sui download delle app: la gente trascorre più tempo all’interno delle applicazioni che sul web.



















Flurry stima in un’ora e mezzo al giorno il tempo medio dedicato a consultare le applicazioni contro un’ora e 12 minuti passato sul browser per navigare in Internet. In appena un anno si sono capovolti i rapporti di forza tra il web e le applicazioni sull’indicatore più pesante per misurare un trend, quello appunto del tempo dedicato a un’attività.

Una cornucopia di applicazioni, quindi. Nel valutare questo sbalorditivo fenomeno, occorre considerare che prima del 10 luglio 2008, giorno di apertura dell’AppStore, niente di questo neppure esisteva. Il suo precorritore, le Google Apps, era comparso appena due anni prima, mentre il suo antesignano più prossimo, lo sviluppo di applicazioni di terze parti sulla piattaforma Facebook, aveva visto la luce il 24 maggio 2007. Alla luce di queste date è veramente strabiliante quello che è accaduto nell’arco di pochi anni anche per i connotati economici che ha già assunto. Nel 2015 la spesa in applicazioni varrà 35 miliardi di dollari con un CAGR 2011-2015 del 38%. Questa evoluzione ha un’enorme importanza per l’industria dell'intrattenimento e dei media perché gran parte delle applicazioni offre soluzioni per fruire prodotti di questo tipo come prova questo grafico sulla distribuzione delle app per categoria merceologica.


Tale «crescita esplosiva», per usare le parole degli esperti di PwC, non è scevra da problemi: il mercato delle applicazioni è frammentato, gli store di app sono dei bazaar e l’assenza d’interoperabilità tra le varie piattaforme costringe gli editori a produrre differenti versioni per ogni applicazione.


Inoltre questo nuovo mercato sussume e amplifica tutte le logiche negative degli altri mercati digitali come:
  1. la concorrenza accanita e brutale che innalza enormemente le barriere d’ingresso penalizzando le start-up e gli sviluppatori a vantaggio dei soggetti che hanno maggiori risorse per proporre app con un’accresciuta “user experience”;
  2. la rapidissima migrazione degli utenti verso nuovi gusti che accresce il tasso di rotazione delle classifiche con conseguente perdita di visibilità, declino nei download e riduzione delle aspettative di vita delle app a quelle di un bruco;
  3. la tendenziale irrilevanza dei brand che cede lo scettro alla nozione di “user experience” nella reminiscenza degli utenti;
  4. la diluizione dei contenuti di qualità con quelli triviali, un fenomeno dalle conseguenze profonde;
  5. le bande di detrattori professionisti e di recensori prezzolati che alterano il genuino giudizio del pubblico sul valore delle app; 
  6. lo strapotere dell’utente che con un segno del pollice può decidere la sorte del prodotto come Commodo quello dei gladiatori che combattevano nell’arena sognando un nuovo Spartaco.
Per gli editori/gladiatori la vita è dura se non impossibile, ma c’è un vantaggio che non deve sfuggir loro neppure per un momento: possono decidere un prezzo per i contenuti e, anche se devono spartirlo con la piattaforma, hanno la possibilità di fuggire dalla logica del “gratis e basta” che vige sul web. «Uno dei lasciti di Steve Jobs è di averci insegnato a pagare per i contenuti» afferma Adam Bird, direttore di McKinsey & Company. E non è un caso che questa rivoluzione l’abbia avviata proprio il compianto co-fondatore di Apple.


Il signor Mac Buck


17 gennaio 2012

Problemi con iBooks | Primo Tempo

Cari ragazzi,
sono davvero molto molto preoccupata.
Che diamine di malattia ha colpito iBooks?

In quanto sacerdotessa sto tentando di evocare tutti gli elementi, formare cerchi alchemici, mescolare tutti gli ingredienti nel calderone ma ancora niente! Solo qualche soluzioncina che voglio condividere con voi, ma comunque nulla che porti ad una completa guarigione.

Quali sono i sintomi?
A creare i problemi più gravi sono le immagini cosiddette flottanti:

.leftFloat {float : left;}
.rightFloat {float : right;}

Quelle contornate con il testo per intenderci.
Per una strana congiuntura astrale capita che spariscano, ma vi assicuro che ci sono: il codice non contiene nessun errore, in Adobe Digital Editions sono tutte al loro posto.
Nell’iPad appare invece un enorme buco bianco laddove dovrebbe esserci l’immagine e se posizioniamo l’iPad in orizzontale e poi di nuovo in verticale, TA DAN! Eccole che ritornano. Com’è possibile?

Queste immagini danno anche un altro problema: a volte si lasciano sopraffare dal testo tanto da ritrovarcelo sopra l'immagine! Questo capita soprattutto quando l’immagine sta all’inizio della pagina. Beh, in questo caso basta spostarle, ma che prurito...

Altro mal di pancia ricorrente: l’indice. Il toc.ncx. Avete mai realizzato un ebook in inglese? Avete mai provato a inserire come voce da indicizzare la parola “cover” e la parola “table of content”?

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Beh io sì e il morbo stavolta è la sparizione di queste due voci dall’indice! Fate pure fumare il cervello cercando di capire quale sia l’errore che avete commesso, ma ve lo dico io: non avete commesso nessun errore. L’unica irrazionale spiegazione è che le parole “cover” e “table of content” iBooks non le vuole proprio sentire.
Stavolta il vaccino dopo vari esperimenti l’ho trovato: aggiungete un paio di spazi alla parola Cover e altrettanti a Table of Content:

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                <text>Cover   </text>
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Esatto! Proprio così, e ALAKAZAM! Ecco che le paroline magiche ricompariranno.
Mi sento davvero un druido ben lungi dallo scoprire la medicina... Vado avanti a tentativi con incantesimi e pozioni nella speranza che prima o poi arrivi Ippocrate.

Le iSorprese non finiscono qui, ma credo che per oggi siano sufficienti.
Chi ha esperimenti da mostrare o semplicemente buone nuove per aiutare il morale a risollevarsi è strabenvenuto!
Cari aruspici fatevi avanti!

La sacerdotessa-editor E.

8 gennaio 2012

La lettura a lato

Poco prima della pausa natalizia vi ho parlato di un’app-libro in cui la lettura è stata posta al centro dell’esperienza proposta all’utente, oggi vi voglio parlare invece di un ebook in cui la lettura è solo uno degli elementi che contribuiscono a incantare e affascinare il lettore trascinandolo nell’universo descritto e rappresentato nel libro: L’herbier des fées (L'erbario delle fate, ndgr) illustrato da Benjamin Lacombe e scritto da Sébastien Perez, la cui versione digitale è edita da Albin Michel e Prima Linea ed è stata curata anche da IGS-CP.

Ciò che dà il la alla storia


Nel 1914 l’eminente botanico russo Aleksandr Bogdanovich si reca in Bretagna, nella foresta di Brocéliande, mosso da forte passione per la ricerca scientifica e da un incarico ben preciso affidatogli da Rasputin: verificare le virtù mediche e curative delle piante che abitano la foresta e realizzare un elisir di immortalità.  Le sue ricerche lo conducono a scoprire delle specie vegetali e animali sconosciute con le quali entra in relazione.

L’herbier des fées è il diario di bordo delle sue ricerche nel quale, oltre a annotare e schedare ogni specie scoperta, lo studioso narra la storia delle sue sperimentazioni e dei suoi ritrovamenti. E in questo diario vi è anche la raccolta della corrispondenza intrattenuta con il suo superiore Rasputin e con la moglie Irina nel corso delle ricerche.

L’esperienza del lettore

Il lettore sta nel libro come l’investigatore sulla scrivania dell'indagato: può rovistare tra le carte ammonticchiate, aprire i cassetti e scoprire i suoi pezzi da collezione, leggere le testimonianze delle storie che l’hanno coinvolto e le tracce del mondo a metà tra scienza e magia in cui egli viveva. E proprio come un investigatore, non si limita a leggere le carte, ma interagisce con i diversi elementi (le illustrazioni, i video, la colonna sonora) che compongono il mondo dell’indagato.

I vantaggi e i limiti del Fixed Layout ePub

Dal punto di vista del formato dell'ebook, si tratta di un Fixed Layout ePub, il quale ha dei vantaggi ma anche dei grossi limiti.
Tra i vantaggi vi è sicuramente il fatto che il layout e il design del libro sono rigidi come quelli di un PDF, il rapporto tra testo e immagini è fisso, quindi né l’uno né le altre fluttuano nell’ambito dello schermo. Così, accanto alla descrizione della cicuta maggiore, siamo certi di ritrovare tutte le immagini della cicuta senza temere che se ne vadano a spasso per l’ebook. Grazie all’inserimento di Javascript, il lettore può inoltre cliccare sull’immagine della pianta o dell'animale e scoprire l’esatta definizione delle loro parti.

Tuttavia, proprio perché il layout è fisso e definito una volta per tutte da curatori e editori dell'ebook, più che dall’utente, se proviamo a ingrandire una porzione di contenuto, magari proprio per leggerlo meglio, perdiamo la percezione di tutto ciò che gli sta attorno.

Questo limite non sarebbe stato così evidente, se il testo fosse stato facilmente leggibile senza dover ricorrere a ingrandimenti, ma purtroppo per noi lettori, miopi o ben vedenti, la font corsiva scelta per il testo, volendo imitare la scrittura a mano propria del diario, risulta facile da decifrare ma difficile da leggere, anche a causa del carattere di dimensioni piuttosto piccole.

Insomma, è impossibile leggere quest’ebook senza interagire continuamente con il suo contenuto. L’interazione è nel caso delle immagini e dei video ricercata, nel caso del testo necessaria per la sua lettura. Così, accanto all’impressione del lettore alle prime armi con gli ebook di avere un libro che ti si muove fra le mani, si aggiunge quella di aver tra le mani un libro che occorre muovere per poter fruire fino in fondo.

In quali librerie digitali 

Il Fixed Layout ePub è attualmente supportato solo dall’applicazione di lettura di Apple, iBooks, per questo la versione digitale de L’herbier des fées è disponibile solo sull’iBookstore e per il momento gli editori hanno scelto di pubblicarlo esclusivamente in quello francese.